La giornata del ricordo e il sonno (consapevole?) delle istituzioni.
{ 19/03/07 21:41 }
di Giulio Finotti
Ieri sono stato a Villa di Briano, comune di Casal di Principe.
Era l’anniversario della morte di don Peppino Diana, ucciso il 19 marzo del 1994 dalla camorra.
Il comitato nato dopo l’assassinio di don Diana, assieme all’associazione ‘Libera – contro le mafie’ aveva organizzato una giornata di ricordo. La giornata è cominciata nella sede della Provincia di Caserta, dove doveva essere firmato un protocollo di intesa tra Provincia, associazione Libera ed altre realtà che si occupano di beni confiscati alla camorra, per rendere più semplici le pratiche di riutilizzo di questi stessi beni, spesso simboli dell’impotenza dello Stato.
Il protocollo non è stato firmato.
Per difficoltà tecniche.
Erano mesi che si parlava di questo documento, eppure si è giunti ad una giornata importante come quella di ieri senza concludere l’accordo.
Nel Santuario di Villa di Briano le testimonianze, le letture, le proiezioni, le interpretazioni teatrali, si sono susseguite per tutta la giornata.
Eppure le persone presenti erano poche. Forze dell’ordine ed ospiti intervenuti a parte, il resto dei presenti era costituito per la maggior parte da persone che don Peppino Diana l’hanno conosciuto veramente.
Quelle che gli sono state vicino, gli stessi genitori, in lacrime alla visione di un filmato che ricostruiva quei brevi istanti di quella dolorosa mattina di marzo di 13 anni fa. C’era una delle donne che fu accusata da un quotidiano locale di essere una delle amanti di don Peppe, una di quelle che quindi avrebbe scatenato la cieca gelosia di un marito folle al punto da uccidere un prete nella sacrestia della sua chiesa. Ma erano solo calunnie. C’erano quelli che lo conoscevano. Eppure mancavano molte persone, troppe persone. Mancavano troppi politici, mancavano tanti parroci della zona, anche quelli che firmarono il documento contro la camorra assieme a don Diana, mancavano i cittadini del paese e dei dintorni, mancavano in troppi.
Ad un certo punto il giornalista che presentava i vari interventi ha detto che l’intervento successivo sarebbe dovuto essere quello del Vescovo di Caserta Raffaele Nogaro, ma che purtroppo “non l’hanno fatto venire”. Noi seduti in sala siamo sobbalzati a queste parole. Parole che ti gelano il sangue nelle vene, che ti fanno venire la pelle d’oca. E non per modo di dire.
E poi ancora che Saviano non era potuto intervenire perché “ha ancora difficoltà a tornare da queste parti”. A fine giornata, mentre i pochi rimasti consumavano il buffet, tra gli organizzatori s’è sentito chiaramente parlare di “boicottaggio”.
Potevi vedere alcune facce sconsolate, e altre piene di rabbia con la voglia di gridare che la manifestazione era stata boicottata, cosa che dicevano si, ma cercando di non far sentire alle persone attorno.
Mi aspettavo molta, molta gente. Mi aspettavo pullman provenienti da altre regioni, mi aspettavo una folla che desse un segnale a questa terra, uno schiaffo. E invece no. La strada che dall’interno del paese conduce al luogo della giornata di ricordo, era ricolma di immondizia.
Un paese dove nulla faceva trasparire che si stesse tenendo quella giornata di ricordo e di lotta, non un manifesto, non uno striscione, e neppure volanti delle forze dell’ordine, tutte concentrate dinanzi il Santuario.
Sacchetti e rifiuti vari su entrambi i lati della strada, fin in mezzo alla carreggiata. Sacchetti aperti, puzza pestifera, cartoni, buste, rifiuti che attraversavano la strada.. Si doveva, anzi, si poteva dare un segnale forte, importante a questa terra. E invece no.
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Le falle dell'acquedotto pugliese
{ 13/12/06 11:04 }
Perché mi dimetto dall'Acquedotto pugliese
Riccardo Petrella
Partecipare alla ripubblicizzazione dell'acqua in Puglia è stata la motivazione principale per accettare l'invito di assumere la presidenza dell'Acquedotto pugliese, fattomi dal presidente della regione Puglia, Nichi Vendola, appena fu eletto nell'aprile 2005. Accettai perché si trattava di un'opportunità unica e di una grande sfida politica, sociale e umana, percepita e valutata come tale anche dalla stragrande maggioranza dei «militanti per l'acqua pubblica», in Italia e altrove. Grandi furono, altresì, le attese e le speranze suscitate. Non dico che l'opportunità, 18 mesi dopo, sia diventata una sfortuna, ma è corretto dire che le promesse si sono rivelate, per il momento, illusorie.
Nel contesto italiano, la ripubblicizzazione dell'acqua significava, e significa ancora oggi, una serie di scelte precise sul piano politico, sociale, istituzionale, economico, gestionale
Ripubblicizzare l'acqua significa anzitutto che, conformemente a quanto affermato nel programma dell'Unione, non solo la proprietà delle infrastrutture e delle reti deve essere pubblica ma lo deve essere anche la gestione dei servizi idrici. Se la gestione è stata affidata a un soggetto di natura giuridica privata, quale una società per azioni , come è il caso dell'Acquedotto pugliese (Aqp SpA), ripubblicizzare significa dare la gestione dell'acqua a un soggetto /(impresa, ente o consorzio) di natura giuridica pubblica. La regione Puglia, proprietaria quasi esclusiva del capitale dell'Aqp SpA (la Basilicata ne possiede il 12,7%) ha sistematicamente rifiutato di discutere dell'abbandono della SpA considerando la questione d'importanza secondaria, vuoi oziosa, e stimando che la forma più efficace di ripubblicizzazione consiste nel far funzionare bene l'acquedotto-colabrodo dando priorità assoluta alla riduzione delle perdite. Non ho mai capito perché la questione dello statuto dell'Aqp debba essere considerata contraddittoria e inibitoria rispetto all'obiettivo, necessario e urgente, del risanamento radicale dell'Acquedotto.
Ripubblicizzare l'acqua significa, in secondo luogo, adottare le misure pratiche che concretizzano , «la gratuità» del diritto all'acqua per tutti, cioè la presa a carico da parte della collettività attraverso la fiscalità generale ( come è il caso, giustamente, per il costo dell'esercito) dei 50 litri pro capite al giorno. La legislazione attuale non lo consente. La soluzione provvisoria da me proposta , consistente nel creare in Puglia un Fondo sociale per il diritto all'acqua che avrebbe permesso, di fatto, di accordare «gratuitamente» i 50 litri, è stata rigettata senza dibattito.
Ripubblicizzare significa, in terzo luogo, una politica dell'acqua centrata su un governo pubblico degli usi e sul risparmio e non solo sulla politica degli investimenti per l 'aumento di un'offerta economicamente «razionale» e l'ammodernamento e espansione delle grandi infrastrutture. Infondere questa nuova centralità nell'attuazione del piano triennale d'investimenti 2003-5 poi 2004-6, non é stato possibile per l'indisponibilità «culturale» dell'istituzione regionale. Il piano «Goccia d'oro» da me proposto (ordinato su tre assi: riduzione delle perdite, priorità al risparmio, partecipazione ) per quanto accolto con favore dall'AATO e dalla Autorità di Bacino, non ha superato l'esame discreto dell'ufficio presidenziale regionale.
In quarto luogo, ripubblicizzare implica una scelta innovatrice forte: lo scollamento progressivo del finanziamento del servizio idrico dalla dipendenza dai mercati di capitale nazionale e internazionale privati. Nel 2004 l'Aqp SpA si è indebitato sui mercati finanziari internazionali con un prestito obbligazionario di 250 milioni di euro. Per diversi motivi, si sarebbe potuto rinegoziare il prestito e tentare con cautela, in via sperimentale, la fattibilità di nuovi meccanismi pubblici di finanziamento regionale e nazionale dei servizi pubblici «locali», in alternativa alla tendenza oggi prevalente in favore di un capitalismo municipale e interregionale finanziario multiutilities. Niente da fare.
Infine ripubblicizzare significava e significa un governo dell'acqua partecipato dei cittadini, che deve tradursi, se si vuole uscire dalle enunciazioni retoriche, anche in una gestione trasparente e innovatrice dell'azienda. L'unica cosa che sono riuscito a ottenere è che nei documenti ufficiali dell'Aqp non si parli più di clienti ma di cittadini, perlomeno di utenti. Sono riuscito altresì a bloccare la riconduzione di una Carta dei servizi che non rispondeva alla visione «pubblica» per la quale ero stato nominato. Per il resto, nessuna novità. Non si è mai discusso di consulta dei cittadini, di coinvolgimento dei cittadini. La gestione interna dell'Acquedotto resta orientata da una cultura autoritaria e da pratiche tecnocratiche che non hanno trovato nella regione una vera opposizione, almeno per quanto abbia potuto constatare personalmente, anche nel caso del recente licenziamento brutale e ingiustificato, dopo più di 12 anni di servizio irreprensibile, per quanto io ne sappia, di un alto e stimato dirigente dell'acquedotto.
Quanto sopra non mira a identificare colpe e colpevoli (serve a poco), né a focalizzarsi sul passato. A mio parere le ragioni di fondo che hanno permesso che i «fatti» riportati accadessero. sono da imputare
a) alla «tirannia dei rapporti di potere» tra i partiti della maggioranza regionale. Le componenti principali di questa maggioranza non hanno mai cessato di affermare la loro preferenza in favore di una concezione privatista efficientista, aperta al capitale finanziario privato e alla concorrenza sui mercati nazionali; europei e internazionali secondo il modello Hera ed Acea;
b) alle «logiche di opportunismo pragmatico» che prevalgono allorché anche le forze progressiste conquistano il potere. Queste forze hanno accettato di considerare l'acqua, malgrado tutto, come un bene economico nel senso e nel quadro imperante dell'economia capitalista di mercato. Pertanto hanno accettato di trattarla come proprietà «regionale» e, quindi, oggetto di negoziati di scambio mercantile bilaterale. Fra le tante cose che meritano da parte delle forze al governo un esame attento e rigoroso è il fatto che i dirigenti delle regioni del meridione hanno aderito all'idea di negoziare sulla quantità d'acqua che ogni regione può e è disposta a trasferire alle altre regioni, mediamente, il pagamento di un prezzo dell'acqua grezza. Se questa «gestione mercantile» dell'acqua non è abbandonata, ho paura che la guerra dell'acqua scoppierà in Italia;
c) alle grandi difficoltà obiettive incontrate in ragione dello spappolamento operativo in cui si è trovato l'Aqp SpA negli ultimi anni. E' certo che non è in un paio di anni che si riesce a cambiare quel che è stato e dimora l'Acquedotto pugliese nella vita e nell'economia della Puglia;
d) al peso d'un certo personalismo presidenziale, per molti versi comprensibile, ma che richiede alcune correzione;
e) e, last but not least, ai miei propri limiti, agli inevitabili errori di giudizio commessi.Non ho dato, per esempio, l'importanza necessaria alla creazione di un'equipe «presidenziale» capace di meglio conoscere il funzionamento interno all'Acquedotto e assicurare i necessari legami quotidiani con l'istituzione regionale in tutte le sue componenti determinanti. Ho peccato, in un certo senso, di ingenuità e di eccessiva fiducia negli altri.
La comprensione delle ragioni è indispensabile per riprogettare le azioni per il futuro e tentare di contribuire al perseguimento della ripubblicizzazione dell'acqua in Italia e altrove, nel quadro anche della lotta per la res publica. Parteciperò attivamente alla campagna per l'approvazione del disegno di legge d'iniziativa popolare per l'acqua e alla preparazione e tenuta dell'Assemblea mondiale degli eletti e dei cittadini per l'Acqua (Amece) che si terrà a Bruxelles dal 18 al 20 marzo 2007 nei locali del Parlamento europeo. Ancor più che nel passato, penso che sia necessario valorizzare la formazione e l'educazione ai Beni comuni concentrando gli sforzi maggiori sull'Università dei Beni comuni.
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L'occupazione rende liberi..
{ 07/12/06 18:12 }
dal Manifesto, 06.12.2006
Una fabbrica autogestita dagli operai in Patagonia, una cooperativa di donne «piqueteras» che occupa uno stabile per cucire le magliette. Ed ecco sconfitti i padroni. Ora i prodotti sono in arrivo nelle «botteghe del mondo» italiane.
Dove le t-shirt Nike divengono «eque»
di Francesca Minerva*, Buenos Aires
Potrebbero sembrare delle magliette qualunque quelle che arriveranno tra qualche mese nei negozi del commercio equo. Ma in realtà sono quasi un miracolo. La fabbrica da cui escono, nella piccola cittadina di Pigüé, alle porte della Patagonia argentina, sfornava a ritmo serrato scarpe e magliette per i grandi marchi Adidas e Nike, esportava i suoi pezzi in tutto il Sudamerica e vestiva i calciatori delle nazionali argentina e tedesca. Era proprietà della Gatic, uno dei più grandi colossi industriali argentini, il cui nome rimandava al progresso, alla stabilità monetaria e ai successi della ricetta liberista del presidente Menem, quella che ha portato il paese al default nell'autunno 2001 dopo un decennio a tutto mercato. Settemila operai in tutto il paese, quindici grandi fabbriche nella sola Pigüé, fatturati per milioni di dollari all'anno. Ma quando, a metà degli anni '90, i vertici industriali cominciano a indebitarsi e la Banca Mondiale a perdere la sua scommessa, la Gatic inizia prima le drastiche riduzioni dei salari e poi la catena dei licenziamenti.
Nel 2001, mentre milioni di persone occupano le piazze e protestano a suon di pentole; mentre cinque presidenti capitolano in sole tre settimane, è evidente che per la fabbrica non sarà facile uscire dal vortice della crisi. La previsione si avvera: due anni dopo, con un debito di oltre 700 milioni di pesos, l'azienda chiude i battenti e manda a casa gli operai. Ma gli operai a casa non ci vogliono andare e, seguendo l'esempio del Movimento nacional de empresas recuperadas, che nel frattempo sta collezionando successi in tutto il paese, occupano lo stabilimento con una sola richiesta: poter continuare a lavorare. La risposta del governo è immediata: oltre 250 poliziotti si lanciano contro di loro. La fabbrica viene sgomberata, rioccupata di nuovo e la scena si ripete più volte finché, il 22 dicembre del 2004, gli operai ottengono l'esproprio degli spazi di Gatic Pigüé a loro favore, insieme a sussidi e crediti governativi per portare avanti l'attività.
Dalle ceneri della Gatic nasce così la cooperativa Textíl Pigüé, autogestita da 150 operai-padroni. Ma la storia della maglietta equa e solidale ha alle spalle anche un altro pezzo di movimento sociale argentino, quello dei lavoratori disoccupati delle grandi periferie urbane. E' nel quartiere de La Matanza, infatti, a mezz'ora da Buenos Aires, che arriva il cotone lavorato dagli operai di Pigüé. E lì passa nelle mani delle lavoratrici della cooperativa Juanita, che danno forma e colore alle magliette. La cooperativa nasce nel 2001 quando, per cercare una via d'uscita alla crisi, un gruppo di donne avvia una serie di micro-attività produttive dopo aver occupato i locali in rovina di un asilo abbandonato. Nel centro comunitario, oltre a tessere magliette, organizzano corsi per bambini e insegnano un mestiere agli adolescenti. La Juanita è nata da quel movimento di «diseredati» che abitano la periferie dalla lussuosa megalopoli latinoamericana, che vivono raccogliendo cartone riciclabile dalla spazzatura e si nutrono dei rifiuti dei ricchi.
È il primo maggio del 1996 quando cominciano a far conoscere la loro esistenza bloccando le grandi arterie stradali e impedendo il traffico di merci. Lo sciopero, non avendo un lavoro, non era cosa per loro, ma i «picchetti» che inventarono per bloccare le strade producevano più o meno lo stesso effetto. «Oggi invece - dice Margarita, socia della cooperativa Juanita - i nostri picchetti quotidiani sono quelli con cui tagliamo e cuciamo la stoffa».
Ma ancor prima delle lavoratrici delle fabbriche recuperate ci sono gli indigeni toba, insieme ai mapuche uno dei pochi gruppi nativi superstiti nella bianca argentina, che raccolgono il cotone nelle terre del nord e cercano, attraverso il commercio equo, di far fronte a una vita non proprio facile: tra la desertificazione che avanza per lasciar spazio al bestiame, la mancanza di acqua potabile e di elettricità e i sussidi governativi che spettano ai loro colleghi statunitensi (i secondi produttori di cotone al mondo dopo la Cina), in molti sono stati costretti ad abbandonare i campi. Ma 762 famiglie hanno cercato di far fronte al calo dei prezzi riunendosi, a partire dal 2002, nell'Unión campesina, che semina e coltiva cotone secondo tecniche tradizionali e metodi naturali. Tutt'altra filosofia rispetto a quella della Monsanto, che ha inventato una sorta di cotone ogm. La multinazionale del biotech ha modificato geneticamente il seme del cotone inserendo al suo interno un batterio (il Bacillus Thuringiensis) e ottenendo come risultato un cotone non proprio puro ma che permette un grande risparmio sulle spese dei pesticidi.
A portare in Italia le magliette fatte col cotone dei toba nelle fabbriche recuperate è Ctm Altromercato, uno dei principali consorzi di commercio equo del nostro paese, che ha deciso per primo di coinvolgere anche l'industria nel ciclo del commercio equo. Non sembrerà una grande novità. Ma quelle magliette, che faranno il loro ingresso nelle botteghe del mondo accanto a caffè, zucchero e cacao, raccontano una storia fuori dal comune.
Lettera22 *
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Bentornati dalle vacanze! .. vi hanno detto che avete una bomba sotto casa?
{ 27/10/06 13:37 }
Bentornati dalle vacanze!
Personalmente quest’anno le sospirate e tanto attese ferie mi son servite più del solito a “staccare” come si suol dire dalla nostra realtà quotidiana, e a ricaricare le pile.
La sensazione di essere stati in un posto migliore di quello in cui viviamo, credo sia un fatto che ci accomuna tutti. In effetti non è così difficile, basta spostarsi anche solo di pochi chilometri nella nostra stessa regione, per scoprire che la qualità della vita degli altri capoluoghi è nettamente superiore rispetto a Napoli o a Caserta.
Per capire in che situazione ci troviamo, e per comprendere ancora di più quanto sia urgente la necessità di rimboccarsi le maniche per cambiare lo stato di cose attuale, ritengo utile ri-partire da un’articolo pubblicato su la Repubblica, il 18 luglio, mentre ancora eravamo intenti a cantare ‘po poroppopopo po’ freschi freschi dalla vittoria mondiale.
Forse alcuni di voi sapranno che in Campania il territorio compreso tra Acerra, Nola e Marigliano era stato ribattezzato col nome di “triangolo della morte”, definizione scelta dal professor Mauro Mazza dell’Istituto di Fisiologia clinica del Cnr di Pisa e ripresa dalla rivista “Lancet Oncology”, per identificare un territorio nel quale il traffico di rifiuti avrebbe prodotto un consistente aumento dei tumori.
Ecco, dall’articolo di Repubblica emerge un primo dato: “il triangolo della morte non esiste” secondo le parole di Mario Fusco, responsabile del Registro tumori dell’Asl Napoli 4 (l’unica ad avere un registro tumori in tutta la Campania).
Non esiste perchè “il triangolo è molto più vasto”, e riguarda tutta la Campania.
Tumore al polmone, tumore alla vescica, tumore alla laringe, e tumore al fegato; per quanto riguarda solo quest’ultimo siamo su livelli doppi rispetto al resto d’Europa.
Ma eccoci arrivare al dunque: “ATTENZIONE” dice ancora il responsabile del Registro tumori “LA VERA BOMBA ONCOLOGICA RISCHIA DI SCOPPIARE NELL’AREA CHE STA TRA IL NORD DI NAPOLI E IL SUD DI CASERTA”.
Eccoci dunque! Se i problemi sembrano sempre lontani e/o di competenza di qualcun altro, forse sarebbe meglio se cominciassimo seriamente a pensare in maniera diversa.
Viviamo in un territorio in cui ci si ammala di tumore molto più frequentemente che altrove, addirittura molto ma molto dippiù che nel resto d’Europa, e ancora non si è scatenata una vera e propria mattanza! Ma occorrerà davvero riflettere su queste parole.
Quello di cui parliamo, il territorio dove sta per scoppiare una “bomba oncologica”, ossia un’ondata di tumori su vasta scala, è esattamente il territorio sul quale viviamo. Dove viviamo noi, dove c’è l’aria che respiriamo ogni giorno, e dove vivono o vivranno i nostri bambini.
E’ questo il posto in cui vogliamo sopravvivere?
Cartellone Non è più il tempo delle parole, ma occorrono fatti.
Per questo provocatoriamente inserisco in quest’articolo il manifesto preparato dagli esperti di comunicazione di Forza Italia, che nelle ultime settimane ha invaso le nostre zone.
Un messaggio propagandistico, ovviamente, come lo sono tutti i messaggi dei partiti, ma che in questa sede adotto come sfida alla classe di centrosinistra che ora è chiamata a governare la nostra regione, le nostre città, e il nostro Paese affinchè accettino questa sfida e provino a vincerla. Perchè troppo tempo è stato perduto.
Giulio Finotti.
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Più precari di così...Migranti!
{ 12/10/06 16:20 }
MIGRANTI E PRECARI IN MOVIMENTO
Se l'eredità lasciata dal governo Berlusconi agli immigrati residenti nel nostro paese è stata davvero pesante con una normativa (la Bossi-Fini) che legando il permesso di soggiorno alla durata del contratto di lavoro ha precarizzato l'esistenza di milioni di lavoratori migranti le prospettive che l'attuale governo Prodi sembra palesare non sono certo incoraggianti.
Le modifiche alla Bossi-Fini annunciate a fine settembre dal ministro degli interni Giuliano Amato alla commissione affari costituzionali ben poco, se non nulla, si discostano dalla filosofia dell'attuale normativa. Ci si richiama a norme già previste dalla Bossi-Fini, come il lavoro a chiamata e le liste di collocamento nei consolati o a meccanismi già sperimentati (e falliti) con la precedente Turco-Napolitano come gli sponsor. Si rivendica l'essenzialità dei CPT e si preclude ai migranti la possibilità di ingresso regolare per ricerca lavoro. Insomma si prospettano cambiamenti per poi in realtà non cambiare niente!!
Ben diverse erano e sono le esigenze di tutti noi! Ci sembra che la lotta alla precarietà all'insegna della quale il nuovo governo si è insediato comportasse un superamento della Bossi-Fini così come della legge Moratti sulla scuola e della legge 30 sulla flessibilità del mercato del lavoro. Non è più il tempo di stare alla finestra a guardare e sperare che cambi qualcosa. I movimenti devono riprendere la parola con tenacia ed autonomia! Il 4 novembre a Roma si terrà la manifestazione nazionale a Roma indetta dai comitati STOP PRECARIETA' ORA, nati dopo l'assemblea di luglio a Roma, che ha riunito centinaia di uomini e donne di associazioni, sindacati, società civile rilanciando la mobilitazioni contro le 3 leggi della precarietà.
Come associazioni di migranti e di precari scendiamo in piazza anche qui a Venezia con un corteo che raggiungerà la Prefettura:
- contro la Bossi-Fini e le discriminazioni e la precarietà che essa impone,
- per la sanatoria di tutti gli irregolari,
- contro i contratti di soggiorno e la richiesta di idoneità dell'alloggio,
- perché i regolarizzati attraverso le quote dei flussi 2006 non debbano ottemperare all'ipocrita ritorno in patria per ottenere il visto di ingresso,
- per ingressi legali per ricerca lavoro,
- per la chiusura dei CPT !
- per una legge sul diritto d'asilo
E poiché siamo in questa città ove i discepoli in regione di Calderoli hanno alimentato la caccia al venditore ambulante con la legge regionale del febbraio 2005, in questo perfettamente assecondati ed emulati dai crociati della giunta Cacciari che dopo aver chiuso le porte a qualsiasi dialogo con i venditori ambulanti hanno delegato agli organi di polizia la “risoluzione” del problema, scendiamo in piazza per dire ancora STOP CACCIA ALL'AMBULANTE!!
RETE ANTIRAZZISTA/VENEZIA
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Per dei consultori liberi dalle "guerre di religione"
{ 05/10/06 14:25 }
No agli antiabortisti nei consultori
Manifestazione in difesa della legge 194 e dei consultori familiari
Da più di un anno è evidente un insidioso attacco alla legge 194, una legge che funziona -consentendo l'interruzione di gravidanza pur senza incoraggiarla- una norma a tutela della salute delle donne.
La proposta di legge n.3 in discussione nella Regione Veneto, presentata dall'organizzazione antiabortista "movimento per la vita", che prevede la presenza di volontari antiabortisti nei consultori e persino nelle corsie degli ospedali, oltre a penalizzare la professionalità degli operatori, rappresenta un violento attacco all'autodeterminazione ed una pesante forma di intimidazione soprattutto delle giovanissime e delle migranti.
Non accetteremo mai questa irruzione nella riservatezza delle pazienti.
Chiunque si arroghi il diritto di imporre una gravidanza non desiderata in termini di divieti, finti aiuti e controlli confessionali, considera le donne una categoria sociale a potestà limitata. Consentire ad un movimento ideologicamente nemico della legge 194 di intercettare le pazienti anteponendosi agli operatori sanitari, è uno schiaffo non solo all'applicabilità di una legge voluta dal 70% degli italiani, ma anche alla stessa laicità delle strutture sanitarie.
Difendere la 194 significa guardare più lontano, alla libertà di donne e uomini di decidere di sé, delle proprie vite e di quelle a venire.
E non possiamo dimenticare che se l'aborto resta una scelta mai desiderata, ma talvolta necessaria, la libertà di progettare la propria vita e -se lo si desidera- di diventare madri e padri, è oggi messa seriamente a rischio dall'incertezza e dalla precarizzazione del lavoro. La precarietà della vita e del lavoro è già oggi il vero nemico della fertilità.
Difendere perciò i consultori familiari significa difendere le strutture che, con la diffusione della prevenzione contraccettiva, hanno consentito una drastica riduzione del numero di interruzioni di gravidanza - che oggi in Veneto è tra i più bassi in Italia- e la scomparsa della piaga dei costosi e pericolosissimi aborti clandestini.
La Regione del Veneto ci spieghi perché gli attuali colpevoli ritardi e carenze di finanziamento dei consultori abbiano portato al triste primato delle interruzioni di gravidanza effettuate dopo la dodicesima settimana.
Noi pensiamo che ai consultori vadano restituite le condizioni materiali, di lavoro, organizzative, perché donne e uomini italiane/i e immigrate/i, di ogni orientamento sessuale e identità di genere, abbiano un luogo di informazione,aiuto,confronto sui temi della sessualità e della riproduzione.
Nell'ultimo anno le donne sono uscite dal silenzio, la società civile ha chiesto a gran forza una legge sulle unioni civili, contro tutte le discriminazioni sessuali la violenza che ne è il frutto. Difendiamo a partire dal Veneto la nostra dignità, mobilitiamoci affinchè il progetto di legge regionale n.3 rimanga un sogno medievale di pochi e non diventi un incubo per tutti.
La libertà di disporre del nostro corpo è alla base di tutte le libertà
promuove:
Assemblea regionale delle donne in difesa della 194
per adesioni: assemblea194@libero.it
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La pace-(molto)armata invade il Libano
{ 13/09/06 13:42 }
di Edoardo Magnone
Sperando di fare cosa gradita allego una (pesante) "scheda" che ho cercato di compilare, con i limiti del caso, sulla Forza Militare messa in campo da questa nuova "OPERAZIONE DI PACE" in Libano voluta dall'attuale governo.
Lo scopo di questo piccolo contributo è dimostrare che la "PACE", questa volta, è "ARMATA" fino ai denti
Come già sapete l'operazione di guerra è articolata in due fasi ben distinte. La prima (già cominciata con la benedizione del governo, dei cardinali e di alcuni "pacifisti") è militarmente propedeutica per l'arrivo (a Novembre) del nocciolo duro dei soldati italiani.
1 FASE ---- SETTEMBRE: L'ARRIVO DELLA PRIMA "FORZA DI PACE"
Arriva la Forza Militare d'Ingresso - L'Unità della Marina Militare si muoverà per prima, schierando militarmente la "early ente FORCE" o "forcible entry" o "ingresso in teatro con uso della forza" composta da circa 800-1000 militari in vista dell'assolvimento della missione militare assegnata. Tra questi i famosi Lagunari e Fucilieri di Marina (Forza da Sbarco della Marina Militare). Dal 1° Ottobre 1999 La "Forza da Sbarco della Marina Militare"(MARIFORSBARC) è "un raggruppamento organico" composto dal Reggimento operativo "San Marco" (per intenderci, quelli presenti a Genova nel 2001),dal Reggimento logistico di supporto formativo "Carlotto" e dal Gruppo Mezzi da Sbarco (prima dipendente dalla Terza Divisione Navale).
A fare lo sbarco militare vero e proprio saranno i reparti anfibi tipo i marò del Reggimento San Marco e i Lagunari del Reggimento Serenissima (il debutto della Forza Nazionale di Protezione dal Mare). La creazione di questa "Joint Task Group", cioè la novella Forza Nazionale di Protezione dal Mare, ha una prevalente connotazione anfibia e viene utilizzata, in gergo militare, per "Joint Initial Entry Force" o "Joint Rapid Responce Force".
La fase preparatoria dello sbarco militare però verrà svolta dai sommozzatori del gruppo Demolitori Ostacoli Antisbarco (DOA) del Reggimento San Marco e dai RECON (Ricognitori). Quest'ultimi sono specialisti della Forza da Sbarco utili per infiltrarsi "in territorio nemico" con elicotteri (tipo elicotteri SH-3D) o mediante gommoni e cingolati (tipo M-106 e VM-90).
La Forza da Sbarco ha in dotazione anche diversi mezzi ruotati tra cui anche il mezzo cingolato M-106 (Veicolo Militare. Dimensioni: lunghezza m. 4.86, larghezza m. 2,68 e l'altezza m. 2,20. Velocità massima di 64 Km/h. Autonomia di circa 500 km. Può raggiungere il peso di circa 11,5 tonnellate) ed il vecchio Fiat IVECO VM-90 (Veicolo Militare. Dimensioni: lunghezza m. 4,80, larghezza m. 2, altezza m.1.70. Velocità massima di 90 km/h. Autonomia di 400 km. Può raggiungere il peso di poco più di 3 tonnellate). L'equipaggio di quest'ultimo è composto da uno/due uomini più otto fucilieri nel cassone posteriore.
Inoltre, la Forza da Sbarco dispone di alcuni elicotteri che "assicurano ai Fucilieri di Marina l'aeromobilità sul campo di battaglia". Si tratta di Agusta-Bell AB-212 e Agusta Sikorsky SH-3D della Marina Militare dai quali per il momento (vista la bassa probabilità di utilizzo di sommergibili da
parte dei militanti del partito politico sciita del Libano) sono stati opportunamente smontati i pesanti ed ingombranti apparati per la lotta antisommergibile.
Gli elicotteri destinati alla Agusta-Bell AB-212 sono una moderna versione bimotore del Bell 205 (UH-1 H). Il nuovo modello 212 è costruito in Italia su licenza come AB-212 dall'Agusta (provincia di Varese) che ha sviluppato l'AB 212ASW come variante antisommergibili specifica e antinave limitata per operazioni dalle piattaforme di grandi navi e da basi costiere. I sensori principali di questo mezzo militare sono il radar da ricerca SMA APS-705 e il sonar a immersione Bendix AS0-13B o ASO-18; il tracciatore tattico viene controllato tramite un sistema di elaboratori CMA-708B/ASW mentre è armato da 2 siluri Mk 46 o A244/S, o 2 missili antinave AS 12 o Sea Killer Mk 2 o Sea Skua.
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La storia che non cambia - cronache dai lagher del presente
{ 21/07/06 16:56 }
un articolo un po' datato, ma che le (poche) notizie che c'arrivano dai CPT rendon attuale, scritto da un bravissimo giornalista che ci ha lasciato qualche anno fa.
Se questa è umanità...
Cronaca, grida di una giornata nel LAGER di San Foca (Lecce)
Dino Frisullo - 2 dicembre 2002
1. COSA ABBIAMO TROVATO
L'ampia delegazione, una dozzina di persone, entrata il 30 novembre nel Cpt "Regina Pacis" gestito dalla Curia di Lecce a San Foca, è rimasta dentro per un'ora e mezza.
Abbastanza per uscirne sconvolti dal livello di abuso ed arbitrio che, certo, fa tutti i Cpt peggiori delle galere - ma che fa ancora peggiore, se possibile, un Cpt gestito da persone che non devono neppure rendere conto a un superiore o ad un'istituzione.
Perchè, come pare abbia detto il direttore del centro don Cesare Lodeserto ad un giudice che l'interrogava sulle "partite doppie" della contabilità, "rendono conto del loro operato solo a Dio".
a) Le condizioni materiali.
Circa 185 "ospiti" sopravvivono ammassati in camerate ingombre di letti a castello, da dodici in su in stanze di quindici mq circa.
Un metroquadro a testa in media! e con finestre scarse e in genere sprangate, tantopiù quando passano cortei.
Sui lettini, materassi nuovi nuovi ignifughi e lenzuola pulite pulite: hanno cambiato gli uni e le altre ieri, ci dicono, perchè dovevate arrivare voi, in genere sono lerci.
Acqua calda quindici (15) minuti al giorno per lavarsi tutti. Una scheda telefonica ogni 15 giorni, un pacchetto di sigarette ogni cinque.
L'acqua, dicono, è imbevibile, e quella minerale chi può deve pagarsela. La mensa sembra povera ma decente.
Ma per il resto, non ci è capitato di vedere una sola attrezzatura, un cartello, uno spazio, che potessero servire per socializzare e non per selezionare, stoccare, segregare esseri umani.
b) L'arbitrio giuridico.
Alcuni esempi?
- 58 pakistani ci hanno circondati. Volti poveri e disperati. Vengono dal Kashmir o dalle aree limitrofe, zone di guerra. Hanno perso tutti la casa, molti i loro parenti. Sbarcati in Sicilia, internati ad Agrigento, trasferiti a Lecce, non hanno mai potuto chiedere asilo. Lo fanno con noi. Scriviamo in fretta un testo di richiesta dell'asilo e di denuncia per non averlo mai potuto chiedere, e si allineano per firmarlo sotto gli occhi impotenti dei guardioni di don Cesare (poi parleremo anche di loro).
- quattro cinesi hanno in mano la fotocopia della ricevuta della domanda di sanatoria. Avevano avuto già prima l'espulsione, è la scusa di don Cesare. Già: ma la sopravvenuta procedura di regolarizzazione dovrebbe consentire di sospenderla o revocarla, l'espulsione, e quindi il "trattenimento". Ma chi offre un avvocato o un interprete ai cinesi, per farlo? Non il Regina Pacis...
- sono tanti i marocchini (due frequentavano anche movimenti sociali a Padova), gli indiani ed altri, che ci strattonano per raccontarci, con o senza l'ausilio di fasci di carte, storie di vita.
In Italia, non altrove. Per anni, a volte decenni, non per pochi mesi. Poi... Un licenziamento o un processo, il mancato rinnovo, l'espulsione, la recidiva, il fermo casuale, il Cpt.
E la prospettiva del rimpatrio. Uno srilankese che è qui da tre settimane, e in Italia da undici anni, si dispera per il figlio di cinque anni. Nato in Italia. (È sempre bene ricordare che questo circolo vizioso fra assenza anche temporanea di lavoro e perdita del "right to stay" è stato introdotto dal centrosinistra: sono trenta-cinquantamila i "nuovi clandestini" prodotti così dalla Turco-Napolitano, ed ora ovviamente si moltiplicano).
Queste storie andrebbero vagliate una per una, perchè in ciascuna si può trovare il filo (lavorativo, processuale, familiare) che può impedire il rimpatrio.
Chi lo fa? Non certo gli operatori del Regina Pacis...
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Omofobia da palco..contro la musica che uccide
{ 18/07/06 16:27 }
one love
di Elena Petrosino
Sono Brian, giovane omosessuale, sono uscito allo scoperto fondando un movimento per la protezione di gay e lesbiche in Giamaica. Stamane la polizia ha trovato il mio corpo inerme, senza vita, avvolto in un manto rosso che era la mia linfa vitale. Ieri alcuni uomini sono entrati nel mio appartamento, mi hanno insultato e picchiato, poi sgozzato con un coltello. Prima di lasciare il luogo del brutale assassinio hanno messo a soqquadro la mia casa: la polizia infatti parla di un tentativo di rapina finito male. I miei amici sostengono invece che l’omicidio sia collegato direttamente al mio impegno pubblico di lotta alle discriminazioni.
Sono un uomo costretto a non portare più il suo nome, costretto ad abbandonare la sua casa, il suo lavoro, la sua vita sociale e affettiva. Alcuni mesi fa, un mattino d’estate, 13 persone rastafarian sono piombate a casa mia, hanno insultato e picchiato selvaggiamente me, un amico gay e i 4 lavoranti della mia azienda di giardinaggio. Da quel giorno, nonostante le denunce alla polizia, sono costretto a sopravvivere nella clandestinità, dimentico della mia vita, nascosto fino alla sentenza del processo. Tra i nostri aggressori c’è anche il noto cantante Buju Banton che con i suoi calci si è portato via il mio occhio per sempre, mentre mi diceva "We don't want any battyboys (slang giamaicano: omosessuali) in our area": nonostante la denuncia, la polizia non lo arresta adducendo che sia irreperibile.
Sono solo due voci narranti della Giamaica, isola dove l’odio omofobico ha prodotto 30 vittime nel corso dell’ultimo anno -la Giamaica con il Brasile detiene il primato di morti ammazzati ogni anno-. Con la sua politica liberticida il governo lascia ampie maglie a omicidi e violenze: spesso le forze dell'ordine colpiscono direttamente gli omosessuali, ma sono conniventi anche con chi commette i crimini.
Da un punto di vista normativo, la Legge sui reati contro la Persona proibisce "gli atti di esplicita indecenza", cioè atti osceni in luogo pubblico. La sezione 76 di questa legge include il reato di "sodomia", inteso come rapporto anale tra un uomo e una donna o tra due uomini, senza che sia necessario che vi sia uso della forza o negazione del consenso. La pena prevista è fino a dieci anni di carcere. Quotidianamente queste norme vengono interpretate unicamente per perseguire chi commette atti omosessuali, come ci ricordano i legali giamaicani più impegnati sul fronte dei diritti civili.
Amnesty International è intervenuta più volte per chiedere al governo, nella persona del Primo Ministro P.J. Patterson, di abolire le Leggi contro la sodomia (retaggio dei colonizzatori inglesi) e di approvare invece una legge contro i crimini d’odio: linciaggi, omicidi e stupri. Nonostante le pressioni internazionali per l’abolizione di queste leggi, ancora di recente il governo di Kingston ha ribadito la sua politica discriminatoria.
L’anno scorso l’organizzazione gay inglese Outrage! ha lanciato una campagna contro un altro fenomeno che da alcuni anni ha preso piede in Giamaica: i messaggi omofobici contenuti in una parte della musica dancehall reggae. La campagna "Stop the killing music" consiste nel boicottaggio dei concerti europei di alcuni artisti apertamente anti-gay: Sizzla, Capleton, T.O.K., Elephant Man, Beenie Man e il già citato Buju Banton. Solo un esempio che vale per tutti: Sizzla canta "Bum Bum, i finocchi devono essere uccisi" in Boom Boom, mentre in Pump up "Date fuoco agli uomini che fanno sesso con altri uomini", mentre nel brano Get to da point "Sodomiti e finocchi, dico morte su di loro" e "vado e sparo ai finocchi con un’arma".
Questa estate in Inghilterra, Francia, Germania e in molte città italiane, dopo le forti proteste dei movimenti omosessuali e di alcuni sindaci, sono state cancellate molte date dei concerti previsti. Si pensa così di eliminare gli atteggiamenti omofobici nella musica reggae facendo leva sul danno economico provocato ai cantanti, alle case discografiche e ai promoters musicali.
Queste iniziative purtroppo non risolvono la questione di fondo che è dovuta da un insieme di fattori storico-culturali. La Giamaica è ancora troppo permeata dalle tensioni e dalle contraddizioni del dominio coloniale, dalle pessime condizioni economiche e dalla corruzione delle istituzioni che non fanno altro che ostacolare il cambiamento culturale verso la legalità e il rispetto. Questa è l’isola dove sono glorificate la violenza, le armi e il discredito verso la figura femminile. Un altro elemento importante è senza dubbio il peso della religione: tutte le diverse comunità religiose che si riferiscono alla Bibbia sono marcatamente contrarie all’omosessualità.
La cultura giamaicana è da sempre maschilista e omofoba, costruita attorno al culto della virilità e del "big bamboo". Non stupisce così che gli omosessuali siano l'obiettivo di crimini violenti e che, nonostante siano brutalizzati, insultati, spaventati, spesso non sporgano denuncia contro i loro aggressori per timore della condanna sociale che graverebbe su di loro.
Dobbiamo ricordare però anche l’altra faccia della medaglia. Mi viene in mente quel Bob Marley, solo per citarne uno, che non ha mai veicolato i principi culturali e religiosi della sua terra verso la violenza, la discriminazione e l’odio.
Non vogliamo più dover dare voce a persone come Brian o alle persone costrette ad una vita di clandestinità. Sosteniamo tutte le azioni e le campagne volte alla lotta di ogni discriminazione, e portatrici di un cambiamento culturale che rivendichi in modo forte il rispetto e l’autodeterminazione delle persone, in ogni parte del mondo.
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Il movimento della vita se ne stia fuori dai consultori - mail bombing!
{ 10/07/06 13:42 }
alcun* di voi sanno già della proposta di Legge Regionale, presentata dal movimento per la vita, che prevede la presenza di volontari antiabortisti nei consultori del Veneto.
Grazie alla mobilitazione di diverse organizzazioni, gruppi e singole donne, l'esame del progetto di legge ha già subito diversi rinvii.
Il testo è però visto con favore dalla maggioranza della Commissione Sanità e c'è ancora la possibilità che alla fine divenga legge.
Esso prevede il libero accesso degli aderenti al movimento per la vita ai consultori ed ai reparti ospedalieri, affinché costoro possano "espletare il loro servizio di divulgazione e informazione" e prevede sanzioni che arrivano alla "revoca della pratica degli interventi" nelle strutture inadempienti.
È evidente che questo testo viola il diritto alla riservatezza delle pazienti, disconosce la professionalità di chi opera nei consultori (i soli a cui è demandato, dalla Legge 194, il servizio d'informazione, peraltro obbligatorio),nega il rispetto a coloro che si rivolgono alle strutture pubbliche, le quali non hanno il compito di dare valutazioni morali.
La Regione Veneto sta accelerando l'iter del progetto di legge, così la V Commissione Regionale lo esaminerà nuovamente mercoledi 12 luglio; noi faremo un presidio, vi chiediamo di aiutarci a fare pressione sulla Commissione, affinché il progetto non divenga legge. Se non potete essere presenti al presidio, basta una mail indirizzata a: com.com5.segreteria@consiglioveneto.it
il cui oggetto e testo siano semplicemente "NO AL PDL N.3" con la vostra firma.
Un caro saluto e un grazie di cuore a tutt* voi, l'Assemblea delle donne di Mestre e Venezia (*) assemblea194@libero.it
(questo è il testo dell'inaccettabile progetto di legge)
PDL N. 3
Regolamentare le iniziative mirate all'informazione sulle possibili alternative all'aborto
Art.1.- Pubblicità
1. In ogni consultorio e nei reparti di ginecologia e ostetricia a finalità informativa deve essere esposto ben in vista il materiale informativo dei movimenti e delle associazioni legalmente riconosciute aventi come finalità l'aiuto alle donne in difficoltà orientate all'interruzione di gravidanza, sui rischi sia fisici che psichici a cui si espone la donna con l'interruzione di gravidanza e le possibile alternative all'aborto.
Art.2. - Divulgazione e informazione
1. Ai Movimenti e/o associazione di cui all'articolo 1 viene concesso di espletare il loro servizio di divulgazione e informazione nei consultori familiari,nei reparti di ginecologia e ostetricia, nelle sale d'aspetto e atri degli ospedali.
Art. 3 -Vigilanza
1. I direttori sanitari delle Asl e delle Aziende ospedaliere devono vigilare sul rispetto della legge.
2. Saranno prese sanzioni per chi dovesse negare o intralciare l'operato dei movimenti e/o associazioni di cui all'articolo 1 fino a revocare la pratica degli interventi di aborto volontario nelle strutture inadempienti.
3. Per chi dovesse negare o intralciare l'operato dei movimenti e/o associazioni di cui all'articolo 1, sono applicabili sanzioni da 500 a 5000 euro; l'eventuale reiterazione comporta la revoca della pratica degli interventi di aborto volontario nelle strutture inadempienti.
(*) Partita con un tam tam, l'assemblea delle donne di Mestre e Venezia si è autoconvocata e ha organizzato assemblee e presidi allo scopo di fermare questo progetto di legge e tutelare la legge 194.
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