dal Manifesto, 2 marzo 2006
CAFTA, L'ANNESSIONE DEL CENTRAMERICA
Da ieri è in vigore l'accordo di libero commercio fra gli Stati Uniti e i paesi del Centramerica, fortemente voluto da Bush. La nuova strategia USA dopo la morte dell'ALCA
di MAURIZIO MATTEUZZI
Se l'ALCA, il trattato di libero commercio delle Americhe, è morto e, come non si stanca di ripetere il presidente venezuelano Hugo Chavez, «è sepolto a Mar del Plata» - la località argentina dove nel novembre scorso il presidente George Bush andò a sbattere i denti contro il no secco dei principali paesi dell'America Latina -, la strategia degli Stati Uniti ha deciso di battere altre vie nella sua (interessata) guerra per «il libero commercio». E' la strada degli accordi-capestro bilaterali, paese per paese, o per blocchi regionali. I paesi e i blocchi più deboli, incapaci o impossibilitati a resistere alle avances (e alle briciole) del grande fratello del nord e generalmente retti da vassalli. E' il caso del Perù del presidente Toledo, che ha avuto il suo TLC nel dicembre scorso, è il caso della Colombia di Uribe, che l'ha firmato lunedì. E' il caso del derelitto e assoggettato Centramerica. Da ieri, primo marzo, è entrato in vigore il CAFTA, sigla inglese che sta per trattato di libero commercio del Centramerica. Ossia fra i paesi del Centramerica - El Salvador, Nicaragua, Guatemala, Honduras, Costa Rica - più la Repubblica Dominicana con gli Stati Uniti.
dal Manifesto, 2 marzo 2006
ANCHE BOGOTÀ HA IL SUO TLC
Dopo 21 mesi di negoziati e una 30 ore finale, all'alba di lunedì USA e Colombia hanno annunciato di essersi accordati sul testo del Trattato di Libero Commercio fra i due paesi. Un regalo che Bush ha voluto fare al suo (unico) alleato incondizionale nel Cono sud (Uribe l'ha definito «una fortuna») a poche settimane dalle elezioni e, insieme, un rospo che il presidente colombiano ha dovuto ingoiare. Grazie all'accordo, che dovrà essere ratificato dai Congressi di Washington e Bogotà e dovrebbe entrare in vigore dal gennaio 2007, il 99% dei prodotti colombiani (il 40% del totale va negli USA) potranno entrare negli Stati Uniti senza imposte e dazi doganali. Idem per l'80% dei prodotti made in USA in Colombia. Dove industriali ed esportatori gongolano, mentre il settore agricolo parla di «catastrofe» per l'arrivo di mais, zucchero, riso, polli americani sussidiati e quindi più a buon mercato.