officina sociale blog
Testo dell'intervento
L'occupazione rende liberi..
{ 07/12/06 18:12 }




dal Manifesto, 06.12.2006



Una fabbrica autogestita dagli operai in Patagonia, una cooperativa di donne «piqueteras» che occupa uno stabile per cucire le magliette. Ed ecco sconfitti i padroni. Ora i prodotti sono in arrivo nelle «botteghe del mondo» italiane.


Dove le t-shirt Nike divengono «eque»

di Francesca Minerva*, Buenos Aires

Potrebbero sembrare delle magliette qualunque quelle che arriveranno tra qualche mese nei negozi del commercio equo. Ma in realtà sono quasi un miracolo. La fabbrica da cui escono, nella piccola cittadina di Pigüé, alle porte della Patagonia argentina, sfornava a ritmo serrato scarpe e magliette per i grandi marchi Adidas e Nike, esportava i suoi pezzi in tutto il Sudamerica e vestiva i calciatori delle nazionali argentina e tedesca. Era proprietà della Gatic, uno dei più grandi colossi industriali argentini, il cui nome rimandava al progresso, alla stabilità monetaria e ai successi della ricetta liberista del presidente Menem, quella che ha portato il paese al default nell'autunno 2001 dopo un decennio a tutto mercato. Settemila operai in tutto il paese, quindici grandi fabbriche nella sola Pigüé, fatturati per milioni di dollari all'anno. Ma quando, a metà degli anni '90, i vertici industriali cominciano a indebitarsi e la Banca Mondiale a perdere la sua scommessa, la Gatic inizia prima le drastiche riduzioni dei salari e poi la catena dei licenziamenti.
Nel 2001, mentre milioni di persone occupano le piazze e protestano a suon di pentole; mentre cinque presidenti capitolano in sole tre settimane, è evidente che per la fabbrica non sarà facile uscire dal vortice della crisi. La previsione si avvera: due anni dopo, con un debito di oltre 700 milioni di pesos, l'azienda chiude i battenti e manda a casa gli operai. Ma gli operai a casa non ci vogliono andare e, seguendo l'esempio del Movimento nacional de empresas recuperadas, che nel frattempo sta collezionando successi in tutto il paese, occupano lo stabilimento con una sola richiesta: poter continuare a lavorare. La risposta del governo è immediata: oltre 250 poliziotti si lanciano contro di loro. La fabbrica viene sgomberata, rioccupata di nuovo e la scena si ripete più volte finché, il 22 dicembre del 2004, gli operai ottengono l'esproprio degli spazi di Gatic Pigüé a loro favore, insieme a sussidi e crediti governativi per portare avanti l'attività.
Dalle ceneri della Gatic nasce così la cooperativa Textíl Pigüé, autogestita da 150 operai-padroni. Ma la storia della maglietta equa e solidale ha alle spalle anche un altro pezzo di movimento sociale argentino, quello dei lavoratori disoccupati delle grandi periferie urbane. E' nel quartiere de La Matanza, infatti, a mezz'ora da Buenos Aires, che arriva il cotone lavorato dagli operai di Pigüé. E lì passa nelle mani delle lavoratrici della cooperativa Juanita, che danno forma e colore alle magliette. La cooperativa nasce nel 2001 quando, per cercare una via d'uscita alla crisi, un gruppo di donne avvia una serie di micro-attività produttive dopo aver occupato i locali in rovina di un asilo abbandonato. Nel centro comunitario, oltre a tessere magliette, organizzano corsi per bambini e insegnano un mestiere agli adolescenti. La Juanita è nata da quel movimento di «diseredati» che abitano la periferie dalla lussuosa megalopoli latinoamericana, che vivono raccogliendo cartone riciclabile dalla spazzatura e si nutrono dei rifiuti dei ricchi.
È il primo maggio del 1996 quando cominciano a far conoscere la loro esistenza bloccando le grandi arterie stradali e impedendo il traffico di merci. Lo sciopero, non avendo un lavoro, non era cosa per loro, ma i «picchetti» che inventarono per bloccare le strade producevano più o meno lo stesso effetto. «Oggi invece - dice Margarita, socia della cooperativa Juanita - i nostri picchetti quotidiani sono quelli con cui tagliamo e cuciamo la stoffa».
Ma ancor prima delle lavoratrici delle fabbriche recuperate ci sono gli indigeni toba, insieme ai mapuche uno dei pochi gruppi nativi superstiti nella bianca argentina, che raccolgono il cotone nelle terre del nord e cercano, attraverso il commercio equo, di far fronte a una vita non proprio facile: tra la desertificazione che avanza per lasciar spazio al bestiame, la mancanza di acqua potabile e di elettricità e i sussidi governativi che spettano ai loro colleghi statunitensi (i secondi produttori di cotone al mondo dopo la Cina), in molti sono stati costretti ad abbandonare i campi. Ma 762 famiglie hanno cercato di far fronte al calo dei prezzi riunendosi, a partire dal 2002, nell'Unión campesina, che semina e coltiva cotone secondo tecniche tradizionali e metodi naturali. Tutt'altra filosofia rispetto a quella della Monsanto, che ha inventato una sorta di cotone ogm. La multinazionale del biotech ha modificato geneticamente il seme del cotone inserendo al suo interno un batterio (il Bacillus Thuringiensis) e ottenendo come risultato un cotone non proprio puro ma che permette un grande risparmio sulle spese dei pesticidi.
A portare in Italia le magliette fatte col cotone dei toba nelle fabbriche recuperate è Ctm Altromercato, uno dei principali consorzi di commercio equo del nostro paese, che ha deciso per primo di coinvolgere anche l'industria nel ciclo del commercio equo. Non sembrerà una grande novità. Ma quelle magliette, che faranno il loro ingresso nelle botteghe del mondo accanto a caffè, zucchero e cacao, raccontano una storia fuori dal comune.

Lettera22 *
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