Alcune piccole riflessioni sulla xenofobia a Venezia e una vicenda... personale...
Gian.
Bengali Jude
"Nella città dove allora insegnavo (Padova), durante la guerra, apparve nel bar che frequentavo un avviso che proibiva l'ingresso agli ebrei. 'Adesso strappo quel cartello', dissi fra me e me. Ma sono uscito senza averlo fatto. Non ne avevo avuto il coraggio. Quanti atti di viltà, di cosciente viltà, come questo abbiamo commesso allora?".
Bobbio, La Stampa, 6 dicembre 1988
h.12 del 6 febbraio 2006
Ponte dell'Accademia, aria fresca, pose fotografiche, Venezia. I soliti venditori di cianfrusaglie e valige copiate. I soliti turisti che cercano improbabili originalità fotografiche. Un trentenne dagli occhiali scuri davanti ad una tribuna di gondolieri prende a calci le merci di un bengalese. Un bengalese solo. Vende puffi di pongo su un tovagliolo di stoffa. Vattene, non vi vogliamo. Qualche puffo di pongo cade in acqua dall'alto del ponte. Irene fotografa la basilica, Margherita invece il marito che saluta con la manina dalla riva lontana, Filippo l'avvocato passa abbassando intenzionalmente lo sguardo. Non è forse questo il fascismo?
Non è quel silenzio degli innocenti davanti allo scandalo della discriminazione razziale, delle minacce di una squadretta, non è il forzato perdurare della normalità nonostante la tragicità degli occhi di chi teme di essere linciato nell'indifferenza? Di chi è incatenato nella propria reazione dallo squilibrio di diritti tra sé e il bianco aggressore, di chi è nessuno e può essere cacciato.
Se pensi che non sia questo il fascismo sei già avvolto nella sua squallida coperta. Certo non porterai la camicia nera contro la tua volontà, non canterai contro voglia giovinezza, ma tolta la forma storicizzata di un fascismo, sei già un cittadino fascista potenziale. L'uomo silenzioso e distratto è l'unico uomo libero nel fascismo.