
(da sito pdci)
16 Feb 2006
Abu Ghraib: ingiustizia infinita e silenzi complici - di Alessandra Valentini
Roma 16 febbraio 2006
Una condanna di 10 anni al caporale Graner, capo degli aguzzini di Abu Ghraib; tre anni a Lynndie England la soldatessa che teneva al guinzaglio un detenuto; nessuna incriminazione per il generale Miller, che avrebbe ideato e sperimentato i metodi di tortura di Abu Ghraib, dopo aver fatto le prove generali a Guantanamo; Janis Karpinski, direttrice del carcere, per punizione è stata declassata al rango di colonnello. Questo può bastare a fare giustizia di quanto avvenuto nel carcere di Bagdad nel 2003? No. I provvedimenti dell’amministrazione statunitense non si avvicinano neanche un po’ alla giustizia, ma nemmeno l’indignazione e la rea zione internazionale sono state adeguate, proporzionate all'offesa. Pensiamo quelle immagini al contrario: un carcere di un Paese arabo dove avvengono simili cose ai danni di carcerati occidentali. Cosa sarebbe successo? Una nuova guerra, giustificata, giusta, una risposta adeguata. Oggi le immagini diffuse dalla televisione australiana Sbs riportano in prima pagina l’orrore infinito di Abu Ghraib e della guerra. Un orrore che a volte, se non ci viene sbattuto in prima pagina, viene dimenticato, passa in secondo piano. Dopo le immagini dei soldati di sua maestà che picchiavano a sangue ragazzi iracheni, la Sbs ci presenta centinaia di scatti e quattro video inediti che mostrano uomini torturati, seviziati, umiliati, alcuni ridotti in fin di vita, altri morti. Vittime inermi e carnefici in missione di guerra. Immagini nuove, nuovo l’orrore, ma sullo stesso vecchio scenario, immagini che si aggiungono alle prime uscite e che fecero il giro del mondo, immagini su immagi ni che mostrano e dimostrano che ad Abu Ghraib non è stato qualche isolato soldato impazzito ad agire. Le nuove immagini dicono che lì la guerra si fa così, che in guerra è lecito torturare il nemico, che in guerra la pietà è morta.
Il Congresso americano aveva visto le nuove immagini e le aveva bloccate; il Pentagono si è detto contro la pubblicazione perché quelle foto aumenterebbero la violenza nel mondo ed i pericoli per i soldati americani. Da queste posizioni è chiaro che la preoccupazione degli States non è quella che violenze e brutalità fuori regola anche in guerra non avvengano, ma l’importante è che non si sappiano. Non sono le immagini a rendere più insicuri i soldati americani nel mondo, ma sono le loro azioni, i loro comportamenti, la politica estera guerrafondaia e neocoloniale dell'America. E lo stesso vale per quei governi allea ti dell’amministrazione Bush - come quello italiano - governi che assistono in silenzio alla diffusione di quelle immagini di vergogna e di denuncia. Un silenzio complice, un silenzio inaccettabile, un silenzio che oltre a tutte le logiche e le giustificazioni della guerra, sottende un pensiero ancora più odioso e cioè che gli uomini non sono tutti uguali, che esistono uomini di serie A ed uomini di serie B.