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Testo dell'intervento
Le falle dell'acquedotto pugliese
{ 13/12/06 11:14 }




Perché mi dimetto dall'Acquedotto pugliese
Riccardo Petrella
Partecipare alla ripubblicizzazione dell'acqua in Puglia è stata la motivazione principale per accettare l'invito di assumere la presidenza dell'Acquedotto pugliese, fattomi dal presidente della regione Puglia, Nichi Vendola, appena fu eletto nell'aprile 2005. Accettai perché si trattava di un'opportunità unica e di una grande sfida politica, sociale e umana, percepita e valutata come tale anche dalla stragrande maggioranza dei «militanti per l'acqua pubblica», in Italia e altrove. Grandi furono, altresì, le attese e le speranze suscitate. Non dico che l'opportunità, 18 mesi dopo, sia diventata una sfortuna, ma è corretto dire che le promesse si sono rivelate, per il momento, illusorie.
Nel contesto italiano, la ripubblicizzazione dell'acqua significava, e significa ancora oggi, una serie di scelte precise sul piano politico, sociale, istituzionale, economico, gestionale
Ripubblicizzare l'acqua significa anzitutto che, conformemente a quanto affermato nel programma dell'Unione, non solo la proprietà delle infrastrutture e delle reti deve essere pubblica ma lo deve essere anche la gestione dei servizi idrici. Se la gestione è stata affidata a un soggetto di natura giuridica privata, quale una società per azioni , come è il caso dell'Acquedotto pugliese (Aqp SpA), ripubblicizzare significa dare la gestione dell'acqua a un soggetto /(impresa, ente o consorzio) di natura giuridica pubblica. La regione Puglia, proprietaria quasi esclusiva del capitale dell'Aqp SpA (la Basilicata ne possiede il 12,7%) ha sistematicamente rifiutato di discutere dell'abbandono della SpA considerando la questione d'importanza secondaria, vuoi oziosa, e stimando che la forma più efficace di ripubblicizzazione consiste nel far funzionare bene l'acquedotto-colabrodo dando priorità assoluta alla riduzione delle perdite. Non ho mai capito perché la questione dello statuto dell'Aqp debba essere considerata contraddittoria e inibitoria rispetto all'obiettivo, necessario e urgente, del risanamento radicale dell'Acquedotto.
Ripubblicizzare l'acqua significa, in secondo luogo, adottare le misure pratiche che concretizzano , «la gratuità» del diritto all'acqua per tutti, cioè la presa a carico da parte della collettività attraverso la fiscalità generale ( come è il caso, giustamente, per il costo dell'esercito) dei 50 litri pro capite al giorno. La legislazione attuale non lo consente. La soluzione provvisoria da me proposta , consistente nel creare in Puglia un Fondo sociale per il diritto all'acqua che avrebbe permesso, di fatto, di accordare «gratuitamente» i 50 litri, è stata rigettata senza dibattito.
Ripubblicizzare significa, in terzo luogo, una politica dell'acqua centrata su un governo pubblico degli usi e sul risparmio e non solo sulla politica degli investimenti per l 'aumento di un'offerta economicamente «razionale» e l'ammodernamento e espansione delle grandi infrastrutture. Infondere questa nuova centralità nell'attuazione del piano triennale d'investimenti 2003-5 poi 2004-6, non é stato possibile per l'indisponibilità «culturale» dell'istituzione regionale. Il piano «Goccia d'oro» da me proposto (ordinato su tre assi: riduzione delle perdite, priorità al risparmio, partecipazione ) per quanto accolto con favore dall'AATO e dalla Autorità di Bacino, non ha superato l'esame discreto dell'ufficio presidenziale regionale.
In quarto luogo, ripubblicizzare implica una scelta innovatrice forte: lo scollamento progressivo del finanziamento del servizio idrico dalla dipendenza dai mercati di capitale nazionale e internazionale privati. Nel 2004 l'Aqp SpA si è indebitato sui mercati finanziari internazionali con un prestito obbligazionario di 250 milioni di euro. Per diversi motivi, si sarebbe potuto rinegoziare il prestito e tentare con cautela, in via sperimentale, la fattibilità di nuovi meccanismi pubblici di finanziamento regionale e nazionale dei servizi pubblici «locali», in alternativa alla tendenza oggi prevalente in favore di un capitalismo municipale e interregionale finanziario multiutilities. Niente da fare.
Infine ripubblicizzare significava e significa un governo dell'acqua partecipato dei cittadini, che deve tradursi, se si vuole uscire dalle enunciazioni retoriche, anche in una gestione trasparente e innovatrice dell'azienda. L'unica cosa che sono riuscito a ottenere è che nei documenti ufficiali dell'Aqp non si parli più di clienti ma di cittadini, perlomeno di utenti. Sono riuscito altresì a bloccare la riconduzione di una Carta dei servizi che non rispondeva alla visione «pubblica» per la quale ero stato nominato. Per il resto, nessuna novità. Non si è mai discusso di consulta dei cittadini, di coinvolgimento dei cittadini. La gestione interna dell'Acquedotto resta orientata da una cultura autoritaria e da pratiche tecnocratiche che non hanno trovato nella regione una vera opposizione, almeno per quanto abbia potuto constatare personalmente, anche nel caso del recente licenziamento brutale e ingiustificato, dopo più di 12 anni di servizio irreprensibile, per quanto io ne sappia, di un alto e stimato dirigente dell'acquedotto.
Quanto sopra non mira a identificare colpe e colpevoli (serve a poco), né a focalizzarsi sul passato. A mio parere le ragioni di fondo che hanno permesso che i «fatti» riportati accadessero. sono da imputare
a) alla «tirannia dei rapporti di potere» tra i partiti della maggioranza regionale. Le componenti principali di questa maggioranza non hanno mai cessato di affermare la loro preferenza in favore di una concezione privatista efficientista, aperta al capitale finanziario privato e alla concorrenza sui mercati nazionali; europei e internazionali secondo il modello Hera ed Acea;
b) alle «logiche di opportunismo pragmatico» che prevalgono allorché anche le forze progressiste conquistano il potere. Queste forze hanno accettato di considerare l'acqua, malgrado tutto, come un bene economico nel senso e nel quadro imperante dell'economia capitalista di mercato. Pertanto hanno accettato di trattarla come proprietà «regionale» e, quindi, oggetto di negoziati di scambio mercantile bilaterale. Fra le tante cose che meritano da parte delle forze al governo un esame attento e rigoroso è il fatto che i dirigenti delle regioni del meridione hanno aderito all'idea di negoziare sulla quantità d'acqua che ogni regione può e è disposta a trasferire alle altre regioni, mediamente, il pagamento di un prezzo dell'acqua grezza. Se questa «gestione mercantile» dell'acqua non è abbandonata, ho paura che la guerra dell'acqua scoppierà in Italia;
c) alle grandi difficoltà obiettive incontrate in ragione dello spappolamento operativo in cui si è trovato l'Aqp SpA negli ultimi anni. E' certo che non è in un paio di anni che si riesce a cambiare quel che è stato e dimora l'Acquedotto pugliese nella vita e nell'economia della Puglia;
d) al peso d'un certo personalismo presidenziale, per molti versi comprensibile, ma che richiede alcune correzione;
e) e, last but not least, ai miei propri limiti, agli inevitabili errori di giudizio commessi.Non ho dato, per esempio, l'importanza necessaria alla creazione di un'equipe «presidenziale» capace di meglio conoscere il funzionamento interno all'Acquedotto e assicurare i necessari legami quotidiani con l'istituzione regionale in tutte le sue componenti determinanti. Ho peccato, in un certo senso, di ingenuità e di eccessiva fiducia negli altri.
La comprensione delle ragioni è indispensabile per riprogettare le azioni per il futuro e tentare di contribuire al perseguimento della ripubblicizzazione dell'acqua in Italia e altrove, nel quadro anche della lotta per la res publica. Parteciperò attivamente alla campagna per l'approvazione del disegno di legge d'iniziativa popolare per l'acqua e alla preparazione e tenuta dell'Assemblea mondiale degli eletti e dei cittadini per l'Acqua (Amece) che si terrà a Bruxelles dal 18 al 20 marzo 2007 nei locali del Parlamento europeo. Ancor più che nel passato, penso che sia necessario valorizzare la formazione e l'educazione ai Beni comuni concentrando gli sforzi maggiori sull'Università dei Beni comuni.
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Commenti all'intervento

- 17/03/09 21:29
- 13/02/09 19:57
Britneymvxxw - 15/05/07 13:45

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Britneydyjoe - 15/05/07 13:45

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il commento di attac-italia - 13/12/06 11:13
Da Marco Bersani

IL POPOLO DELL’ACQUA NON HA BISOGNO DI SANTI NE’ DI EROI.
VIVE DI PARTECIPAZIONE.

Le dimissioni di Riccardo Petrella da Presidente dell’Acquedotto Pugliese e lo scambio di accuse tra lui e il Presidente della Regione Nichi Vendola costituiscono il doloroso epilogo di una vicenda cominciata diciotto mesi fa con tutt’altre premesse e altrettante aspettative.

Sono gli stessi diciotto mesi in cui il popolo dell’acqua ha invece costruito uno straordinario percorso, fatto di aggregazione di vertenze, di confronto sulle prospettive, di approfondimento dei contenuti e delle mobilitazioni che ha portato a costruire il primo Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua (10-12 marzo 2006) e a scrivere collettivamente una legge di iniziativa popolare per l’acqua.

Una Campagna Nazionale che vede coinvolte 56 reti nazionali e più di duecento realtà territoriali e che, da gennaio, inonderà il Paese con migliaia di banchetti di raccolta firme, iniziative, mobilitazioni per dire che l’acqua è un bene comune e un diritto umano universale e che il servizio idrico è un servizio pubblico da sottrarre alle leggi della concorrenza e del mercato.

Se riflettiamo con attenzione è proprio nella differenza tra quanto è avvenuto ai vertici istituzionali pugliesi e quanto nel medesimo periodo è stato prodotto nel percorso intrapreso dai movimenti che si può capire dove sta l’errore.

Sta nel fatto che tanto Nichi Vendola quanto Riccardo Petrella per diciotto mesi non hanno pensato di avviare un percorso di partecipazione e di coinvolgimento dei movimenti in un compito aspro, complesso e difficile come quello della ripubblicizzazione dell’acquedotto pugliese, con interessi in gioco fortissimi e con una battaglia politica e culturale da affrontare.

Entrambi hanno autoreferenzialmente pensato che l’immaginario suscitato dalle loro nomine fosse garanzia necessaria e sufficiente, una delega in bianco in attesa del miracolo prodotto da “due uomini soli al comando”.

Non poteva che finire così e anche le reciproche accuse e dichiarazioni che, dolorosamente per tutti, Nichi Vendola e Riccardo Petrella si scambiano via stampa in questi giorni, fanno parte del medesimo scenario.

Nessuna parola ai movimenti, bensì l’implicita richiesta di schierarsi.
“Chi sta con Petrella alzi la mano, e alimenti tutti i luoghi comuni sulla politica impossibile da cambiare a dispetto della genuina società civile”.
“Chi sta con Vendola alzi la mano, e alimenti tutti i luoghi comuni sui movimenti come radicalità astratta e testimoniale a dispetto del necessario realismo imposto dal compito di governare”.

No grazie. I movimenti oggi non stanno né con Riccardo Petrella né con Nichi Vendola.

Stanno altrove.

Stanno nei luoghi del conflitto e delle vertenze territoriali, stanno nella faticosa costruzione di una vertenza nazionale -dentro la quale si sono fatti parte attiva, addirittura legislativa- stanno costruendo democrazia partecipativa dal basso.
Senza santi, né eroi. Ma con migliaia di donne e uomini che questo Paese lo vogliono cambiare davvero, a partire dal riconoscimento dei beni comuni come spazio pubblico fondativo della democrazia.
E con una proposta.

Si chiuda subito il ping pong delle dichiarazioni, si costruisca da subito una assemblea nazionale dei movimenti per l’acqua, da tenersi a gennaio a Bari, per parlare di acquedotto pugliese, di lotta per la sua ripubblicizzazione e il suo funzionamento, di percorsi partecipativi da intraprendere, di mobilitazioni da costruire. E che Riccardo e Nichi vengano a portare la propria esperienza.
Non per decidere chi ha ragione e chi ha tradito.
Per riaprire una lotta di movimento per l’acqua.

Marco Bersani
Attac Italia
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