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Come smontare la cultura. Fuori gli intellettuali dall'università
{ 30/06/05 11:45 }




Riceviamo e pubblichiamo questo scritto di Antonio Moscato, da decenni
-e fino a ieri- docente di Storia contemporanea e di Storia del Movimento operaio a Lecce.

Soppresso brutalmente l'insegnamento di Storia del movimento operaio a Lecce



Ho insegnato per oltre venti anni "Storia del movimento operaio" presso l'Università di Lecce, con un indice di gradimento notevole (oltre 200 tesi di laurea, e una frequenza che in certi momenti ha raggiunto i 500 studenti all'anno). Era una materia non "fondamentale", assolutamente facoltativa, come ribadivo io stesso ogni anno agli studenti.

L'indice di gradimento alto (emerso anche nei sondaggi fatti negli ultimi anni dalla stessa università) dipendeva da due fattori: in primo luogo l'interesse degli studenti per le tematiche trattate, che affrontavano problemi cruciali della storia del Novecento, ricercandone le radici e cercando di sottrarli a una deformazione demonizzante o mitizzante; poi la metodologia usata nell'insegnamento, ma anche nella totale disponibilità in ogni momento (sessioni di esami frequentissime, in certi periodi addirittura settimanali, che permettevano di far tornare anche più volte senza traumi o attese di mesi lo studente con evidenti lacune, fino a portarlo al 30, lezioni ripetute in orari diversi per chi aveva difficoltà a frequentare, ecc.). Un metodo che avevo usato già quando insegnavo nella scuola secondaria, e che avevo cominciato a usare prima di trovarmi folgorato dalle pagine di don Milani. Anche il mio maestro, Ambrogio Donini, aveva usato questo metodo, che si legava al rifiuto di "giudicare" i risultati in astratto, ma teneva conto dello sforzo per apprendere e superare lacune. Un metodo faticoso, perché prima di arrivare al voto sui verbali e sul libretto c'erano molti passaggi.

Finché c'è stata nell'università quella sostanziale libertà di scelta che avevo conosciuto già come studente, e che - tranne in alcuni momenti bui - aveva sempre contraddistinto le università fin dal loro sorgere, avevo una verifica del consenso, ma aumentava il fastidio dei colleghi pedanti e autoritari (anche di sinistra) che imponevano la presenza alle loro noiose lezioni aumentando il carico dei libri da studiare per chi non poteva frequentare.

Per far scoprire certi argomenti agli studenti (che uscivano dalla scuola secondaria sempre più ignoranti e con un odio profondo per la storia nozionistica che gli era stata imposta) prevedevo che certe ricorrenze (nel 1986 i quarant'anni dalla rivoluzione spagnola, nel 1987 venti anni dalla morte di Guevara, ecc.) portassero a celebrazioni nei supplementi dei grandi quotidiani e negli speciali televisivi che sono i grandi dispensatori del surrogato della conoscenza storica e quindi attirassero l'attenzione dei distratti.

Altri temi erano scelti in base a previsioni di avvenimenti che - indipendentemente dagli anniversari - sarebbero finiti sulle prime pagine dei giornali: ad esempio una forte attenzione alla questione nazionale e ambientale in URSS alla vigilia del "crollo", la ricostruzione delle tragedie della Polonia e dell'Ungheria, ecc.; la politica coloniale italiana al momento dell'impresa in Somalia; il ruolo imperialistico dell'Italia nei Balcani, e - negli ultimi anni - sempre più il Medio Oriente e le premesse lontane della politica degli Stati Uniti.

Ogni anno una parte degli studenti e soprattutto dei laureati rimaneva in contatto con la cattedra, collaborando gratuitamente e mettendo a disposizione di altri quel che avevano appreso. Insieme a loro abbiamo organizzato, parallelamente ai corsi, dei dibattiti invitando a parlare docenti e soprattutto studiosi anche esterni all'università di vari paesi (da Ilan Halevy a Carlos Tablada, da Hildita Guevara a Michel Warshawsky.) nonché rappresentanti di diversi movimenti di liberazione.

Negli ultimi quattro anni il deterioramento dell'università si è aggravato, con l'imposizione (da parte di autorità accademiche e docenti formalmente critici nei confronti della Moratti) di nuove norme restrittive e di orari obbligati che penalizzavano guarda caso certe discipline, mettendole dalle 8,15 alle 9 del mattino quando i pendolari non erano arrivati, o dalle 17 alle 19 del venerdì quando la maggior parte degli studenti semistanziali erano già ritornati ai paesi d'origine.
Soprattutto la suddivisione in tanti corsi di laurea dai nomi incomprensibili imponeva a certi studenti un mio corso anche se non gli interessava, mentre impediva di sostenere l'esame ad altri interessatissimi, che seguivano le lezioni appena potevano. Storia del movimento operaio veniva assegnata solo a un corso con pochi studenti ("Comunicazioni linguistiche interculturali") mentre in quello più affollato ("Lingue e letterature euromediterranee") mi veniva data Storia contemporanea, ma solo per gli studenti col cognome tra la A e la L, assegnando gli altri a una docente con una metodologia e una capacità di interessare alle sue lezioni ben diverse. Di fronte alla fuga massiccia di studenti con iniziale M-Z verso il mio corso avvenuta il primo anno, il preside ha imposto ogni anno nuove restrizioni a chi chiedeva lo spostamento, rendendolo sempre più difficile, ma senza riuscire a bloccarlo del tutto.

Quest'anno mi era stato imposto un carico di lezioni enorme e in orari assurdi e a volte sovrapposti. Sapevo che fra tre anni sarei andato in pensione, e poiché ignoravo che negli ultimi tre anni prima del pensionamento è previsto una specie di limbo (la collocazione transitoria "fuori ruolo"), in cui avrei potuto fare conferenze e seguire tesi, ma non dare i famosi crediti che sono diventati la sostanza della nuova università, avevo cominciato a discutere col preside la possibilità di chiedere un "anno sabbatico" dedicato alla ricerca, facendo assegnare per "affidamento" (cioè una specie di supplenza) i corsi a qualcuno dei tanti miei collaboratori laureati da tempo e non retribuiti, e in particolare a una che ha già al suo attivo più pubblicazioni di certi docenti. Che la supplenza venisse affidata - anche gratuitamente - a persona con gli stessi interessi culturali e la stessa metodologia, mi pareva una richiesta legittima, dato che ricordo con orrore una supplenza che anni fa avevo dovuto accettare per cortesia verso un collega, e che mi obbligò a fare esami basandomi su testi incomprensibili e assurdi che egli (un ex "manifesto" passato a Forza Italia), aveva scelto per suoi calcoli di relazioni accademiche.

Invece l'11 maggio, mentre parlavo ancora una volta di questo problema col preside aspettando che iniziasse un Consiglio di facoltà, egli mi ha comunicato brutalmente che non c'era più nulla da discutere: dato che dal 1° novembre sarei andato "fuori ruolo", il giorno prima era stato già "disattivato" (cioè soppresso) l'insegnamento di Storia del movimento operaio, mentre Storia contemporanea veniva affidata tutta alla famosa collega da cui gli studenti tendevano a fuggire. Quando la protesta ha cominciato ad allargarsi, e una TV locale ha intervistato me e diversi studenti, il preside ha reagito con un comunicato in cui ribadiva che non c'era niente da fare: aveva solo applicato le "ultime disposizioni ministeriali", che tendono a "sfoltire" gli insegnamenti (specie quelli che alla ministra Moratti, appartenente per nascita e ideologia al ceto imprenditoriale, paiono inutili e dannosi, come la storia in generale e quella del movimento operaio in particolare).
Per giunta ha detto che i miei collaboratori "non hanno titoli". Non alludeva a quelli culturali, ma a quelli formali e burocratici, che non hanno perché sono rimasti sempre tagliati fuori dai concorsi per ricercatori, gestiti dai soliti noti che si sono spartiti tutto quello che c'era da spartire. (Giugni sul "Corriere della sera" ha denunciato i criteri per i concorsi "truccati", ma era già tutto noto; si è parlato di "parentopoli", ma quel che si vede è una punta di iceberg, perché gran parte dei parenti sono collocati in altre università con un sistema di scambi, da sempre!)

Dopo quell'11 maggio sono rimasto come folgorato e quindi sostanzialmente passivo per almeno due settimane. A che serve che il pensionamento sia ritardato di tre anni, mi chiedevo, se tutte le mie attività nell'Università rimangono sospese nel vuoto, perché non ci sono più le mie cattedre? Poi alcuni studenti mi hanno detto che se rinunciavo alla lotta "non mi riconoscevano più" e parecchi laureati si sono fatti vivi e hanno lanciato un appello contro la soppressione di Storia del movimento operaio (non "per me", non di questo si tratta) che ha raccolto già centinaia di firme di studenti, e alcune significative adesioni di docenti, soprattutto di altre Facoltà e di qualche altra università, alcuni dei quali hanno anche suggerito una strada - magari lunga - per "recuperare" un insegnamento che ha avuto un ruolo importante in questa Università. Vedremo.

Intanto ho ritenuto utile informare più ampiamente chi mi ha conosciuto solo attraverso i libri e gli articoli (compresi quelli apparsi solo su questa lista). Può essere che vengano altri suggerimenti, e soprattutto proteste contro un atto che colpisce non tanto me quanto quel poco che rimane di libertà nell'Università. Più che testimonianze di stima (ne ho già avute tante, e mi hanno aiutato a resistere), mi piacerebbe ricevere impegni di lotta contro la progressiva involuzione dell'Università, di cui questa piccola vicenda è solo una delle tante manifestazioni. Una vicenda comunque che è stata possibile solo perché tanti docenti e presidi sedicenti "di sinistra" indicono magari scioperi simbolici (e politicistici) contro la Moratti, ma si sono affrettati ad applicarne zelantemente le direttive.

Lecce 27 giugno 2005

Antonio Moscato



P.S. Se volete mandare messaggi di solidarietà o proposte, scrivete non a questo indirizzo, peraltro di prossima chiusura, e su cui arrivano moltissimi messaggi inutili e dannosi spediti automaticamente da computer infettati, ma ai miei due indirizzi personali: antonio.moscato@unile.it e a.moscato@flashnet.it a cui potete anche richiedere ulteriore documentazione, una raccolta di messaggi arrivati, ecc.

Possibilmente scrivete su tutti e due gli indirizzi, perché su quello dell'Università, forse per disservizi, spariscono negli ultimi tempi interi blocchi di posta in arrivo.
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IN DIFESA DELLA RAI
{ 28/06/05 01:54 }





Nonostante noi si rimanga dell'idea che la miglior soluzione sia quella di spegner la televisione...

IN DIFESA DELLA RAI - APPELLO DI MEGACHIP

Un vasto schieramento di forze della società civile denuncia da tempo lo stato di vera e propria emergenza democratica in cui è precipitato in Italia il sistema dell'informazione e lo scadere impressionante della qualità della comunicazione televisiva. L'opinione pubblica è preoccupata per lo stato precomatoso in cui versa la RAI per effetto di manovre combinate, esterne e interne all'ente statale, mirate a mettere in discussione la stessa esistenza nel nostro paese di un sistema pubblico radiotelevisivo.

E' stupefacente - e allarmante - che in una situazione del genere l'opposizione non abbia trovato di meglio che accettare una trattativa - peraltro perdente in partenza - su consiglio di amministrazione, presidente e direttore generale della RAI senza mettere sul tappeto una qualunque strategia, forte e chiara, sul futuro di una delle strutture portanti di un sistema democratico degno di questo nome.
Un tale impegno, invece, deve diventare parte determinante del programma elettorale del centro-sinistra, perché non ci può essere democrazia senza una libera informazione.
L'opposizione deve buttare tutto il suo peso in questa grande battaglia di libertà. Una RAI qualitativamente scadente e antidemocratica non può interessare l'opinione pubblica italiana nemmeno se dovesse assumere vesti e colori di sinistra.

E' per questo che rivolgiamo un appello alle forze politiche, sociali e intellettuali del paese a mobilitarsi su pochi essenziali obiettivi:

1) Difesa del servizio pubblico nazionale contro ogni forma di privatizzazione palese o mascherata.
2) Introduzione nella Costituzione del diritto dei cittadini ad avere un'informazione plurale, libera e autonoma, anche attraverso la "costituzionalizzazione" dell'esistenza di un servizio pubblico.
3) Abolizione della "legge Gasparri" e riforma degli organi di governo della RAI, anche facendo riferimento alle esperienze in corso in altri paesi - come la Spagna - per rendere il servizio di proprietà statale completamente autonomo dall'influenza dei partiti politici e del governo.
4) Introduzione di provvedimenti legislativi per la definizione di uno "statuto dell'impresa giornalistica", cioè di una sorta accordo collettivo per ridare dignità e credibilità all'informazione che, nelle nostre società, influenza enormemente tutte le decisioni collettive, politiche, sociali, economiche e perfino il tempo libero.
Si tratta di questioni cruciali: la cultura italiana e la società civile devono mettere in campo tutta la loro forza per chiedere alla "politica" risposte chiare e impegni programmatici per uscire da una situazioni che tutti nel centro sinistra - almeno a parole - riconoscono essere intollerabile.
Se vuoi aderire al presente appello e FIRMARLO anche tu fallo inviandoci una mail con il tuo Nome e Cognome all'indirizzo: appello@megachip.info
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2058 casi all'anno di violenza sessuale. Castrazione neurale del governo.
{ 25/06/05 09:58 }




Sono 2058 ogni anno le vittime accertate- di violenze sessuali in Italia (1/3/4)
Le denunce di abusi sessuali su minori sono 340 all'anno, delle quali 323 in ambito familiare (2).
Questo significa che in media in Italia vengono denunciate 5 violenze sessuali al giorno di cui 1 avviene in ambito minorile.

I ministri castratori scoprono 'ad arte' 3 gravi episodi di cronaca che vedono coinvolti extracomunitari per iniziare una campagna razzista.
Lo stesso governo volutamente ignora che le violenze sessuali sono raddoppiate durante il quinquennio di governo nazional-alleato tra il 2001 ed il 2005 (5).
Il governo della mediocrità stà forgiando una società a sua immagine, violenta e violentatrice.

La campagna razzista in atto, che anticipa le elezioni di primavera con gli stessi temi sicuritari del 2001 è iniziata attraverso tutti gli strumenti della 'concentrazione dell'attenzione' di una opinione pubblica perennemente manipolata.
Nel sito del ministero degli interni (6) compaiono alle ore 14.00 del 21 giugno 2005 sulla rubrica 'primo piano' 11 notizie concernenti l'immigrazione sulle 12 totali, e di queste 5 sono culturalmente affini alle tematiche sicuritarie sulla pericolosità sociale degli immigrati.


Gian.

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(1)Dati della polizia di stato 2004
(2)Relazione min. Prestigiacomo 2004
(3)Inaugurazione anno giudiziario 2005
(4)Dati della polizia di stato
(5)Bilancio della polizia di stato anno 2001: 1177 casi denunciati
(6)Ministero degli interni



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COMUNICATO DEL SUB COMANDANTE MARCOS
{ 24/06/05 16:21 }





ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE.
MESSICO.

21 Giugno 2005

Alla Società Civile Nazionale ed Internazionale:

Signora, signorina, signore, giovane, bambino,
bambina:

Questa non è una lettera di addio. A tratti potrebbe sembrare un addio.
Ma non lo è. È una lettera di spiegazioni. Beh, tratteremo di questo.
Originalmente questo dovrebbe avvenire attraverso un comunicato, ma abbiamo scelto questa forma perché, per bene o male
che sia, quando parliamo con lei, lo abbiamo quasi sempre fatto questo tono più personale.

Noi siamo gli uomini, le donne, i bambini e gli anziani dell'Esercito Zapatista di LiberazioneNazionale.
Forse ci ricorderai, ci siamo sollevati in armi il 1 di gennaio del 1994 e, da allora, abbiamo condotto la nostra guerra contro l'oblio e resistito alla guerra di sterminio che i diversi governi hanno scatenato, senza successo, contro di noi.
Noi viviamo nell'ultimo angolo di questo paese che si chiamaMessico.
In quest'angolo che si chiama "Popoli Indios". Sì, al plurale. Perché, per ragioni che qui
non forniremo, in quest'angolo si usa il plurale per tutto: soffriamo, moriamo, combattiamo, resistiamo.

Perché, come lei sa bene, sembra che, da quell'alba dell'inizio del 94, abbiamo dedicato, prima col fuoco
e poi con la parola, la nostra lotta, il nostro sforzo, la nostra vita e la nostra morte,
esclusivamente ai popoli indios del Messico, al riconoscimento dei loro diritti e della loro cultura.
Era logico, noi zapatisti siamo terribilmente
indigeni.
Indigeni maya, per essere più precisi. Ma non solo, gli indigeni in questo paese, nonostante
essere stati la base delle grandi trasformazioni di questa Nazione, continuano ad essere il settore
sociale più aggredito e più sfruttato.
Se su qualcuno si sono insegnate le guerre militari, e le guerre mascherate di "politiche", di saccheggio, di
conquista, di annichilimento, di emarginazione, di ignoranza, è con gli indigeni.
La guerra contro di noi è stata tanto intensa e brutale che è diventato luogo comune pensare che gli indigeni usciranno dalla loro
condizione di emarginazione e povertà, se smetteranno di essere indigeni... o se saranno morti.
Noi stiamo lottando 'per non morire e non smettere di essere indigeni.
Abbiamo lottato, vivi ed indigeni, per essere parte di questa Nazione che si è sollevata sulle nostre spalle; della quale siamo stati i piedi (quasi sempre scalzi) con i quali ha camminato nei suoi momenti decisivi; di cui siamo stati le braccia e le mani che hanno permesso alla terra di dare frutti, ed hanno costruito le grandi costruzioni, edifici,
chiese e palazzi dei quali si inorgogliscono quelli che hanno tutto; della quale, con parola, sguardo e modo, cioè, cultura, siamo la radice.

Piove sul bagnato? Forse è perché siamo in giugno, il sesto mese dell'anno. Beh, volevamo solo segnalare che l'inizio della nostra sollevazione non fu solo un "Siamo qui!", gridato all'orecchio di una Nazione sordomuta dall'autoritarismo dell'alto.
Fu anche un "Siamo questo e continueremo ad esserlo... ma ora con dignità, con democrazia, con giustizia, con libertà".
Lei lo sa bene, tra le altre cose, perché ci ha accompagnati da allora.

Purtroppo, dopo più di 7 anni impegnati in questo cammino, nell'aprile del 2001, i politici di tutti i partiti politici (in particolare del PRI, PAN e PRD) e gli autodenominati "tre poteri dell'Unione" (cioè la presidenza, il congresso ed i giudici) si allearono
per negare ai popoli indios del Messico il riconoscimento costituzionale dei loro diritti e della loro cultura. E lo fecero senza badare alla grande mobilitazione nazionale ed internazionale che si adoperò e si unì a quell'obiettivo.
La grande maggioranza, compresi i mezzi di comunicazione, concordava che bisognava saldare questo debito
pendente. Ma ai politici non importa niente che non porti loro denaro e respinsero la stessa proposta di legge che avevano approvato anni prima, quando si firmarono gli Accordi di San Andrés e la Cocopa fece una proposta di riforma costituzionale.
Lo fecero perché pensarono che, passato un po' di tempo, tutti si sarebbero dimenticati. E forse molti se ne
dimenticarono, ma noi no.
Noi abbiamo memoria e furono loro: il PRI, il PAN, il PRD, la presidenza della repubblica, i deputati e senatori ed i giudici della
Suprema Corte di Giustizia della Nazione.
Se i popoli indios oggi continuano a vivere nella cantina di questa Nazione e continuano a subire lo stesso
razzismo di 500 anni fa, è per colpa loro.
Non importa che cosa dicano ora che si stanno preparando per le elezioni (cioè per ottenere posti che procurino loro
guadagni),: non faranno niente per il bene della maggioranza né ascolteranno nulla che non sia denaro.

Se di qualcosa noi zapatisti ci vantiamo, è di fare onore alla parola, alla parola onesta e conseguente.
Per tutto questo tempo le abbiamo detto di star lottando per i popoli indios del Messico. E questo abbiamo fatto.
Le abbiamo detto che avremmo intrapreso la via del dialogo e della negoziazione per ottenere le nostre richieste.
Le abbiamo detto che ci saremmo sforzati per la lotta pacifica.
Le abbiamo detto che ci saremmo concentrati sulla lotta indigena.
E così è stato. Non l'abbiamo ingannata.

Tutto l'aiuto che lei, generosa, ha fornito a questa nobile causa e per quei mezzi, è stato per questo e nient'altro.
Non abbiamo usato niente per un'altra cosa. Tutti i supporti ed aiuti umanitari che abbiamo ricevuto da tutto il Messico e da tutto il mondo, sono stati usati unicamente per migliorare le condizioni di vita delle comunità indigene zapatiste e per
iniziative pacifiche per il riconoscimento dei diritti e della cultura indigeni.
Niente di quanto ricevuto è stato usato per l'acquisizione di armi né preparativi bellici i nessun tipo. Non solo perché non ne abbiamo avuto bisogno (l'EZLN mantiene intatta la sua capacità militare dal 1994) ma, soprattutto, perché non sarebbe
stato onesto dirle che il suo aiuto era per una cosa e poi usarlo per un'altra. Neppure un centesimo degli
aiuti ricevuti per la pace con giustizia e dignità, sono stati usati per la guerra. Per fare la guerra non abbiamo avuto bisogno di aiuti. Per la pace sì.

Indubbiamente abbiamo usato la nostra parola per fare riferimento (ed in alcuni casi per manifestare la nostra solidarietà) ad altre lotte in Messico e nel mondo, ma fino a qui. E molte volte, sapendo che potevamo fare di più, abbiamo dovuto trattenerci
perché il nostro impegno, così le avevamo detto, era esclusivamente per gli indigeni.

Non è stato facile. Si ricorda la marcia dei 1.111? La consulta dei 5000 nel 1999? La Marcia del Colore della Terra nel 2001? Bene, si immagini quello che abbiamo provato vedendo ed ascoltando le ingiustizie e le rabbie che continuavano a colpire contadini, operai, studenti, maestri, impiegati, omosessuali e lesbiche, giovani, donne, anziani, bambini.
Immagini cosa sentiva il nostro cuore.

Abbiamo provato un dolore, una rabbia, un'indignazione che conoscevamo già perché era stata ed è la nostra.
Ma allora la provavamo nell'altro. Ed abbiamo sentito che il "noi" che c'incoraggiava voleva diventare più grande, diventare più collettivo, più nazionale.
Ma niente da fare, avevamo detto che solo la cosa indigena e quello dovevamo compiere. Credo che sia per il nostro modo di fare, cioè, preferiamo morire piuttosto che tradire la nostra parola,

Adesso stiamo consultando il nostro cuore per vedere se diremo e faremo un'altra cosa. Se la maggioranza dirà sì, faremo tutto il possibile per compierlo.
Tutto, anche morire se necessario. Non vogliamo sembrare drammatici. Lo diciamo solo perché sia chiaro fino a dove siamo disposti ad arrivare.
Cioè, non "fino a che ci dìano un posto, una somma di denaro, una promessa, una candidatura."

Forse qualcuno ricorda che, sei mesi fa, incominciammo con quella cosa del "manca quello che manca". Bene, com'è evidente, è arrivata l'ora di decidere se cammineremo per trovare quello che manca.
Trovare no, costruire. Sì, costruire "un'altra cosa."

In qualcuno dei comunicati dei giorni scorsi, l'abbiamo informata che abbiamo avviato una
consultazione interna. Presto avremo i risultati e glieli faremo conoscere.
Nel frattempo, ne approfittiamo per scriverle. A lei abbiamo sempre parlato con sincerità, anche a chi sono il nostro
cuore e guardiano, nostro Votano Zapata, le comunità zapatiste, il nostro comando collettivo.

Sarà una decisione difficile e dura, come è stata la nostra vita e la nostra lotta.
Per quattro anni abbiamo preparato le condizioni per presentare ai nostri popoli porte e finestre, affinché, arrivato il
momento, avessero tutti gli elementi per scegliere per quale finestra affacciarsi e quale porta aprire.
La nostra modalità è questa. Cioè, la direzione dell'EZLN non dirige, ma cerca strade, passaggi, compagnia, orientamento, ritmo, destinazione. Vari. Dunque, presenta ai popoli queste strade ed analizza con loro che cosa succederà se seguiamo una o un'altra
direzione.
Perché, secondo la strada che percorreremo, ci sono cose che saranno buone e cose che saranno cattive.
Non c'è una strada che abbia solo cose buone.
Allora loro, le comunità zapatiste, esprimono il loro pensiero e decidono, dopo aver discusso e per maggioranza, dove andremo tutti. Quindi danno l'ordine. E allora la dirigenza dell'EZLN deve organizzare i lavori o preparare quello che serve per
percorrere questa strada.
Chiaramente la direzione zapatista non guarda solo quello che serve solo a lei, ma deve essere unita con le comunità e toccare il suo cuore e diventare, come si dice, la stessa cosa.
Allora lo sguardo diventa di tutti noi, l'udito di tutti noi, il pensiero di tutti noi, il cuore di tutti
noi. Ma, per quanto, la dirigenza non guarda, né ascolta, né pensa, né sente come tutti noi. O non vede
alcuni parti o sente un'altra cosa o pensa e sente altri pensieri.
E' per questo motivo che si consulta tutti, per questo si domanda a tutti, per questo si fa un accordo fra tutti. Se la maggioranza dice no, la dirigenza tace e deve fare una svolta, e presentarsi un'altra volta davanti alle comunità a proporre e così
via fino a che, collettivamente, si arriva ad una decisione.

Cioè, qui comandano i popoli.

Ora, il collettivo che siamo, prenderà una decisione. Si stanno soppesando i pro ed i contro. Si stanno facendo bene i conti, quello che si perde e quello che si guadagna. E, considerato che non è poco quello che si rischia, si deciderà se ne vale la pena.

Forse, sulla bilancia di alcuni, peserà molto quello che abbiamo ottenuto. Forse, sulla bilancia di altri, peserà di più l'indignazione e la vergogna che provoca vedere i nostri suoli e cieli distrutti dalla stupida avarizia del Potere.
In qualsiasi caso, non possiamo rimanere passivi, contemplando come una banda di ruffiani saccheggia la nostra Patria di tutto quello che la faceva essere e faceva essere tutti: la dignità.

Bueno, ya es mucha vuelta. Noi le stiamo scrivendo questa volta, forse l'ultima, per devolverle la sua parola di appoggio impegnato.
Non è poco quello che abbiamo ottenuto nella lotta indigena, e questo è stato, l'abbiamo detto in pubblico e in privato, grazie al suo aiuto.
Crediamo che possa inorgoglirsi, senza timore alcuno, di tutto il bene che, insieme a lei, abbiamo costruito fino ad ora noizapatisti. E sappia che è stato un onore, anche immeritato, che persone come lei abbiano camminato al nostro fianco.

Ora decideremo se fare un'altra cosa e renderemo pubblico il risultato a suo tempo.
Chiariamo fin da ora, per evitare speculazioni, che questa "altra cosa" non implica nessuna azione militare offensiva da parte
nostra.
Da parte nostra, non stiamo pianificando né consultando la ripresa dei combattimenti militari offensivi. Dal febbraio-marzo del 1994, tutto il nostro dispositivo militare è stato, ed è, difensivo.
Il governo dovrebbe dire se, da parte sua, c'è qualche preparativo bellico offensivo, sia delle forze federali o dei suoi paramilitari. Ed il PRI ed il PRD devono dire se programmano qualche attacco contro di noi con i paramilitari che proteggono in Chiapas.

Se sarà decisione della maggioranza zapatista, coloro che ci hanno sostenuto fino ad ora nella lotta esclusivamente indigena potranno, senza timore né rimorso alcuno, defilarsi da questa "altra cosa" alla quale si è riferito il Comandante Tacho nella piazza
di San Cristobal de Las Casas nel gennaio del 2003, due anni e mezzo fa.
Inoltre, c'è un comunicato in cui, si fa questa dissociazione che può essere presentata in una richiesta di impiego, curriculum
vitae, riunione di caffè, sala di redazione, tavola rotonda, forum, scenario, copertina di libro, nota a
pie di pagina, colloquio, precandidatura, libro di pentiti o colonna giornalistica e che, inoltre, ha il vantaggio di potere essere esibita, come prova a discarico, in qualunque tribunale (non rida, c'è un precedente: nel 1994, alcuni indigeni arrestati dal
malgoverno ~ e che non erano zapatisti- furono liberati da un giudice che diede validità ad una lettera del CCRI-CG dove si sollevava da responsabilità quelle persone per quanto fatto dall'EZLN. Cioè, come dicono gli avvocati, "esiste
precedente giuridico").

Ma chi troverà nel suo cuore un'eco, anche piccola, della nostra nuova parola e si sentirà chiamato dalla strada, il passo, forse il ritmo, la compagnia e la destinazione che sceglieremo, forse deciderà di rinnovare il suo appoggio (o partecipare
direttamente)... sapendo che sarà "un'altra cosa".
Così. Senza inganni, senza doppiezze, senza ipocrisie, senza bugie.

Ringraziamo le donne. Tutte le bambine, adolescenti, giovani, signorine, signore ed anziane (e quelle che
sono cambiate da uno all'altro di questi calendari in questi 12 anni) che ci hanno appoggiato, ci hanno accompagnato e, non poche volte, hanno fatto propri i nostri dolori ed i nostri passi.
Tutte loro, messicane e di altri paesi che ci hanno appoggiato ed hanno camminato con noi.
In tutto quello che abbiamo fatto, voi siete state l'immensa maggioranza. Forse perché condividiamo con voi, benché ognuno a suo modo e luogo, la discriminazione, il disprezzo... e la morte.

Ringraziamo il movimento indigeno nazionale, che non si è venduto per posti governativi, viatici, lusinghe che i potenti classificano come "per indigeni ed animali ". Che ha ascoltato la nostra parola e ci ha dato la sua. Che ci ha aperto il cuore, cioè, la sua
casa. Che ha resistito con dignità, portando ben alto il colore della terra che siamo noi.

Ringraziamo i giovani e le giovani del Messico e del mondo. Chi era bambino, bambina o adolescente quel 94 e, nobili, sono cresciuti senza lesinarci né la vista né l'ascolto. Chi è arrivato alla gioventù o, nonostante le pagine strappate dal calendario, è
rimasto in lei tendendo la mano della sua ribellione alla scura mano della nostra. Chi ha scelto di venire a condividere giorni, settimane, mesi, anni, della nostra degna povertà, la nostra lotta, la nostra speranza ed il nostro ostinato impegno.

Ringraziamo gli omosessuali, lesbiche, transessuali, transgenerici e "ognuno-come-gli-pare". Chi ha condiviso con noi la sua lotta per il rispetto della differenza, sapendo che questa non è un difetto da nascondere. Chi ha dimostrato che il coraggio non ha niente a che vedere con il testosterone e che, più di una volta, ci hanno dato alcune delle più belle lezioni di dignità e nobiltà che abbiamo ricevuto.

Ringraziamo gli intellettuali, artisti e scienziati, del Messico e del mondo che ci hanno appoggiato nella lotta per gli indigeni. Pochi movimenti od organizzazioni possono vantarsi di avere avuto il sostegno (sempre critico, e ringraziamo per questo) di tanta intelligenza, ingegno e creatività. Voi sapete che vi abbiamo sempre ascoltato con rispetto ed attenzione, perfino quando non abbiamo condiviso i vostri punti di vista, e che un po' della luce che emanate ha aiutato ad illuminare i nostri oscuri
sentieri.

Ringraziamo i lavoratori onesti della stampa e dei mezzi di comunicazione decenti che hanno mostrarono, con verità e a tutto il mondo, quello che vedevano e sentivano, ed hanno rispettato, senza distorcere, la nostra voce e il nostro cammino.
Ricevete la nostra solidarietà in questi duri momenti che attraversa l'esercizio della vostra professione, in cui rischiate la vita, siete aggrediti e, come noi, non trovate giustizia.

E, perché non manchi nessuno, ringraziamo in generale tutt@ tutt@ che, onest@s e sincer@, ci hanno
appoggiato.

Ho detto, all'inizio di questa lettera, che non era un addio. Beh, sembra che per qualcuno lo sia. Anche se
per altri sarà cioè che in realtà è, ovvero, una promessa...
Perché si riesce già a vedere quello che manca...

Bene. Salute e, da cuore a cuore, grazie di tutto.
A nome di tutt@ gli/le zapatist@ dell'EZLN.
Dalle montagne del Sudest Messicano.

Subcomandante Insurgente Marcos
Messico, nel sesto mese dell'anno 2005

P.S. - Si capisce che non stavamo pensando di giocare
calcio. Beh, non solo. Perché un giorno giocheremo
contro l'Internazionale di Milano. Noi, o quello che
rimarrà di noi.

(Traduzione Comitato Chiapas "Maribel" - Bergamo)

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Chiapas-Ritiro dei distaccamenti di polizia
{ 24/06/05 16:19 }




La Jornada - Giovedì 23 giugno 2005

Un municipio fra i più militarizzati. Las Abejas in allerta.
Si ritira da Chenalhó la polizia
Il raggruppamento applaude le giunte di buon governo zapatiste e lancia un appello ad evitare la violenza
ELIO HENRIQUEZ - CORRISPONDENTE



Acteal, Chis, 22 giugno - Il governo del Chiapas ha ordinato il ritiro dei distaccamenti della polizia settoriale che erano sistemati nelle comunità di Chenalhó, che è considerato il municipio più militarizzato del Chiapas.
Senza precisare il numero di agenti né di postazioni ritirati, fonti governative hanno affermato che gli agenti hanno cominciato ad abbandonare i loro posti alcuni giorni fa, ma la maggioranza se n’è andata tra ieri ed oggi.
Non è stata chiarita neanche la causa del ritiro dei poliziotti. "Può darsi che sia per la sicurezza del personale, visto che non c'erano più di cinque poliziotti in ogni posto, e la zona è qualificata ‘a rischio’", ha dichiarato la fonte consultata, che ha chiesto l'anonimato.
Alcune comunità dove c'era presenza della polizia settoriale sono Los Chorros, Puebla, Yiveljó, Yabteclum, Pechiquil, Canolal, Chimix, Tzanembolon, Ontic ed il capoluogo municipale. Perfino il distaccamento che stava in Tenejapa ha abbandonato la sua posizione.
Il ritiro dei poliziotti è diventato massiccio dopo l'allerta rossa generale dichiarata lunedì dall'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN).
Ed il ripiegamento coincide con lo smantellamento degli accampamenti dell'Esercito Messicano nelle comunità di Los Chorros e Xo'yep.
Membri dell'organizzazione civile Las Abejas che è presente in varie comunità del municipio, hanno confermato il ritiro dei poliziotti da alcune delle località menzionate.
Decine di indigeni del raggruppamento si sono riuniti oggi in quella comunità per partecipare alla messa con la quale sono stati ricordati i 45 tzotziles assassinati dai paramilitari il 22 dicembre del 1997.
In un comunicato letto durante la cerimonia religiosa - alla quale hanno assistito, come succede il 22 di ogni mese, visitatori di altri stati e paesi - il gruppo Las Abejas ha manifestato il suo stupore per il ritiro dei soldati dalla zona ed ha avvisato su "una eventuale trappola".
Il raggruppamento ha spiegato che "il governo sta dicendo che i soldati stanno distruggendo droga in territorio zapatista, ma i municipi dove dice che c'era droga non sono zapatisti".
E conclude: "Perché non domanda ai priísti perché c'è droga nei loro municipi? Chiaramente si vede che sta cercando un pretesto per entrare con l'Esercito federale, come abbiamo già visto".
"Quando abbiamo visto che i soldati se ne andavano da Los Chorros e da Xo'yep ci sembrava un sogno ed abbiamo pensato che finalmente si era realizzato quello che volevamo, che il governo stava riconoscendo che ha commesso un crimine di lesa umanità, ma ora pensiamo che forse è una trappola".
L'organizzazione, alla quale appartenevano i 45 tzotziles assassinati in Acteal, ha chiesto al governo di adempiere alle richieste dei popoli indigeni, che si faccia "vera giustizia contro i paramilitari ed i loro mandanti e che non utilizzi quei gruppi o l'Esercito federale per attaccare le comunità".
Hanno inviato anche un messaggio ai "fratelli" zapatisti: "È molto aumentata la vostra accettazione nelle comunità, perché con le giunte di buon governo la gente vede che non volete la violenza, ma che ci sia una soluzione pacifica dei conflitti attraverso il dialogo".
Chiede loro di "non abbandonare il cammino della pace", perché "anche se i governi sono bugiardi, noi dobbiamo proseguire con la lotta pacifica, poiché la nostra forza è la verità".
Il raggruppamento chiapaneco solidarizza con coloro che soffrono e lottano affinché si faccia giustizia per l’assassinio di molte persone in Aguas Blancas, in Guerrero; degli studenti nel giugno del 1971, in Città del Messico, e di El Bosque nel 1998.
A pochi chilometri di qui, in Polhó, sede del municipio autonomo dallo stesso nome, la presenza di indigeni zapatisti sul bordo della strada era diminuita ed alcuni dei vari negozi erano chiusi. All'ingresso principale continua a campeggiare l'insegna con la frase: "Chiuso per allerta rossa”.
Nella comunità di Oventic continua ad essere deserto il caracol Corazón céntrico de los zapatistas delante del mundo. Solo nella clinica La Guadalupana si osserva da fuori movimento di persone, perché la cura dei malati non è diminuita. A differenza dei due giorni anteriori, oggi il cancello di accesso al caracol era chiuso con un lucchetto.
Nell'accampamento militare ubicato nel capoluogo di San Andrés Larráinzar, vari soldati stavano all'entrata, attenti a individuare chi andava e veniva.
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ALLARME ROSSO IN CHAPAS-alcuni approfondimenti
{ 23/06/05 12:35 }

No news special di Carta
22 giugno 2005


* Allarme rosso in Chiapas *

Dopo il comunicato dell'Ezln si teme una offensiva dell'esercito federale messicano contro le comunità autonome del Chiapas.
Comincia la mobilitazione internazionale di solidarietà.
Alcuni articoli.
http://www.carta.org/editoriali/

* L'ultimo allarme di questo tipo fu lanciato nel febbraio del 1995, alla vigilia dell'attacco dell'esercito federale, che tentò di annientare con la forza l'Ezln. *
http://ww2.carta.org/notizieinmovimento/articles/art_3568.html

* Il comunicato di Marcos sulla politica messicana *
http://ww2.carta.org/notizieinmovimento/articles/art_3569.html


* Alcune possibili ragioni per comprendere l'allerta rossa in Chiapas *
di Ana Esther Ceceña
http://www.carta.org/campagne/diritti/chiapas/allarme/050622Cecena.htm

* La sedena confonde la geografia zapatista *
di Hermann Bellinghausen
http://www.carta.org/campagne/diritti/chiapas/allarme/050622Bellinghausen.htm

* Montemayor: imminente rischio di violenza * di Blanche Petrich
http://www.carta.org/campagne/diritti/chiapas/allarme/050622Petrich.htm

* Manca quel che manca * di Luis Hérnandez Navarro
http://ww2.carta.org/articoli/articles/art_3571.html

* I segnali dell'offensiva dell'esercito messicano *
http://ww2.carta.org/notizieinmovimento/articles/art_3584.html

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COMUNICATO DEL COMITATO CLANDESTINO RIVOLUZIONARIO DELL'EZLN
{ 22/06/05 20:58 }




COMUNICATO DEL COMITATO CLANDESTINO RIVOLUZIONARIO INDIGENO-COMANDO GENERALE DELL'ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE MESSICO

20 GIUGNO 2005



AL POPOLO DEL MESSICO
AI POPOLI DEL MONDO

FRATELLI E SORELLE:



PRIMO E UNICO - VI INFORMIAMO CHE, DALLA METÀ DELL'ANNO 2002, L'EZLN È ENTRATO IN UN PROCESSO DI RIORGANIZZAZIONE DELLA SUA STRUTTURA POLITICO-MILITARE. QUESTA RIORGANIZZAZIONE INTERNA È ORA TERMINATA.

SIAMO NELLE CONDIZIONI DI SOPRAVVIVERE AD UN ATTACCO O AD AZIONI DEL NEMICO, CHE DISTRUGGA LA NOSTRA DIRIGENZA ATTUALE, O CHE TENTI DI ANNIENTARCI TOTALMENTE.

I LIVELLI DI COMANDO ED IL TRASFERIMENTO DI RESPONSABILITÀ SONO STATI STABILITI CON CHIAREZZA,COSÌ COME LE AZIONI E LE MISURE DA PRENDERE NEL CASO DI AGGRESSIONE DA PARTE DELLE FORZE GOVERNATIVE E DEI LORO PARAMILITARI.

IL CCRI-CG DELL'EZLN COMUNICA CHE È IN CONDIZIONI DI CONTINUARE A DIRIGERE LA LOTTA ZAPATISTA, ANCHE SE PERDE, SIA PER CARCERE, PER MORTE, O PER SPARIZIONE FORZATA, UNA PARTE O LA TOTALITÀ DELLA SUA ATTUALE DIRIGENZA NOTA PUBBLICAMENTE.

È TUTTO.

DEMOCRAZIA!

LIBERTÀ!

GIUSTIZIA!

Dalle Montagne del Sudest Messicano
Per il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale

Subcomandante Insurgente Marcos
Messico, nel sesto mese del 2005
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Conferenza internazionale-Israele e Palestina: accademici per la pace
{ 22/06/05 19:05 }




CONFERENZA INTERNAZIONALE

Per la riconciliazione, per la fine dell'occupazione.

Israele e Palestina: accademici per la pace.

The International Network of the Faculty for Israeli-Palestinian Peace

27 Giugno 2005

15.30-19.00

Teatro La Fenice, Sale Apollinee, Venezia

Presiedono l'evento:
Luisa Morgantini - Presidente della Commissione allo Sviluppo, Parlamento
Europeo
Sandy Hilal - Architetto, Ricercatrice all'Università di Treviso, Italia
15.30- 16.00 Benvenuto del comune e della Provincia di Venezia
Franca Bimbi - Assessore alle Politiche di Pace del Comune di Venezia
Rita Zanotel - Assessore alle Politiche Sociali della Provincia di Venezia

Presiedono l'evento:

Eyad El-Sarraj - Presidente del FFIPP Direttore Generale del Programma di
Salute Mentale della Comunità di Gaza
Arnon Hadar - Fondatore del FFIPP, Presidente Esecutivo del Comitato del FFIPP,Consiglio di Amministrazione, Domenican University, U.S.A.

16.00-17.00 Ritiro da Gaza, Colonie della West Bank e Muro
Relatori:

Jamal Zaqout - Ex Direttore- Ministro Generale degli Affari Civili, Autorità Palestinese. Ex Membro del Consiglio Nazionale Palestinese

Jamil Hilal - Sociologo e Ricercatore, Ramallah, Palestina

Oren Yiftchel - Membro del Consiglio di Amministrazione del FFIPP, Università
di Ben Gurion, Tel Aviv

17.00- 19.00 Riconciliazione per la fine dell'occupazione. Pace

Presiede:

Lynne Segal - Membro del Consiglio di Amministrazione del FFIPP, Docente di
Psicologia e Culture di Genere presso il Birkbeck College, London University

Relatori:

Eyad El-Sarraj - Presidente del FFIPP Direttore Generale del programma di
salute Mentale della Comunità di Gaza
Uryi Hadar - Università di Tel Aviv, Israele

Per Informazioni:
+39 041.2747650
+39 041.2501473
+39.06.69200975
+39 334.3421146
centropace@comune.venezia.it
www.veneziagiovane.net




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Acqua in Bocca-IL MO.S.E. e le sue alternative
{ 19/06/05 23:39 }






COS'È IL MO.S.E.


Le immagini patinate del Consorzio Venezia Nuova mostrano il Mo.S.E.come una colorata paratoia innalzata a difendere Venezia dalle acque alte. Quando non serve se ne sta a cuccia sui fondali delle bocche di porto: non ci si accorge nemmeno che esista. Ma è davvero così? Il sistema ha dimensioni mastodontiche.
Ciascuna paratoia pesa fino a 350 tonnellate e ha dimensioni massime di circa 30 m di lunghezza, 20 di larghezza per 4 di spessore. Ne sono previste quasi ottanta (2 schiere da venti per il Lido, 1 ciascuno per Malamocco e Chioggia), incernierate sul fondo delle bocche di porto, dentro appositi cassoni a-datti ad ospitarle. Tali cassoni sono degli immensi "mattoncini" Lego del peso di oltre 12.000 tonnellate l'uno, che andranno poggiati a circa dodici metri sotto il
fondale.
Altri "mattoncini" di peso comparabile verranno utilizzati per la realizzazione delle opere di spalla, muraglioni in calcestruzzo che si ergeranno 7 m al di sopra del livello del mare.
Serviranno poi milioni di metri cubi di pietre variamente disposte su oltre 1 chilometro quadrato di fondale per trattenere sul posto i "mattoncini", proteggendoli dall'azione erosiva delle correnti.
I moli storici dovranno essere rinforzati con alti muraglioni in cemento armato e nuove scogliere, e in alcuni punti dovranno essere interamente demoliti per fare posto alle opere di spalla.
Per poter garantire il transito portuale con le paratoie sollevate si dovranno costruire dei porti rifugio muniti di conche di navigazione,da realizzarsi a Punta Sabbioni e a Ca' Roman. Per il Porto di Malamocco è già in fase di costruzione una conca di navigazione per
le grandi navi, larga 45 m e lunga 450 m, che per tutta la fase di montaggio del sistema Mo.S.E. servirà da canale di accesso alla laguna.La bocca del Lido verrà praticamente suddivisa in due mediante edificazione di un'isola artificiale davanti alla "secca del Bacan":della dimensione di una dozzina di campi da calcio, anch'essa di cemento, sarà alta 4 metri sull'acqua, con edifici alti fino a 7 m.
Ovviamente, trattandosi di "mattoncini" componibili sarà necessario avere tutta la scatola di montaggio completa sul posto per procedere alla costruzione vera e propria.
I pezzi speciali, i cassoni da oltre 12.000 tonnellate e le spalle verranno costruiti vicino al luogo di destinazione, entro le aree destinate alla realizzazione delle conche di navigazione, e lì lasciati fino a quando serviranno.
I cantieri per la loro costruzione avranno una superficie complessiva di oltre 30 ettari (equivalenti a circa 30 campi da calcio), che sull'isola di Pellestrina interesseranno le due aree di grande pregio ambientale di S. Maria del Mare e dell'oasi di Ca' Roman.
Per caricare tutto quel peso sulle bocche di porto e avere garanzie che la costruzione non ceda (compromettendo il funzionamento del sistema con rischio di allagamento), sarà necessario rinforzare il fondale mediante infissione di migliaia di pali di cemento fino a profondità di decine di metri.
Una volta assemblata e bloccata sul posto la costruzione, si potranno finalmente incernierare le paratoie di acciaio ed il sistema dovrebbe essere pronto a funzionare.
E per funzionare avrà bisogno dell'aria compressa che sarà prodotta da giganteschi compressori alimentati da energia elettrica.
Ma quanta energia serve? Moltissima! E questa sarà fornita da un appropriato
elettrodotto.
E se mancasse la corrente? Niente paura, è prevista l'installazione di grandi motori a gasolio che faranno funzionare dei grossi generatori per una potenza complessiva di circa 15 megawatt,vere centrali elettriche.
E dove saranno tutte queste macchine?
Nascoste dentro le opere di spalla e nelle isole artificiali, al di sotto del livello del mare.
E poi ci vorranno tubazioni, pompe, aspiratori per il ricambio dell'aria nelle gallerie alte 7 metri,ricavate all'interno dei cassoni al di sotto del fondo delle bocche di porto.
Servono per le normali operazioni quotidiane, per la periodica sostituzione dei cassoni, per le ordinarie e straordinarie manutenzioni del complesso sistema.
Però, rimane un però.
Anche con le paratoie in funzione, le parti più basse della città, compresa Piazza S. Marco, sarebbero comunque allagate dalle maree inferiori a 110 cm.
Lo scorso anno si sono verificate a Venezia sessantasei acque alte, tutte al di sotto dei 110 centimetri: in questi casi il Mo.S.E. non sarebbe entrato in
funzione, lasciando molte zone di Venezia senza difesa alcuna.

QUANTO COSTA IL MO.S.E.?


Circa 4 miliardi di euro sono già stati spesi in opere di salvaguardia previste nella Legge Speciale, molte delle quali preliminari al Mo.S.E., ovvero opere senza le quali il Mo.S.E. non sarebbe realizzabile e che non erano previste nel progetto originario di oltre 30 anni fa.
Ora servono altri 4 miliardi di euro per portare a termine la costruzione negli 8-10 anni previsti.
Ma l'intero sistema richiederà una manutenzione ordinaria i cui costi sono attualmente preventivati in 10 milioni di euro all'anno (mentre nulla si dice su eventuali costi di manutenzione straordinaria), senza conoscere il costo complessivo di gestione del sistema, né a chi sarà affidato e tanto meno chi ne sosterrà le spese.
Tutti i finanziamenti per la salvaguardia sono destinati al Mo.S.E, e i fondamentali interventi per Venezia (il disinquinamento delle acque, il recupero morfologico, la manutenzione urbana, il rilancio socio-economico della città, tutti obiettivi qualificanti della Legge Speciale) sono di volta in volta contrattati rosicchiando mezzi al Mo.S.E., senza più alcuna garanzia sulla loro consistenza e continuità.


QUELLO CHE NON (SEMPRE) CI VIENE DETTO SUL MO.S.E.


A) L'ultimo rapporto dell'organismo ufficiale delle Nazioni Unite che studia l'evoluzione dei cambiamenti climatici del pianeta (I.P.C.C.) considera probabile un innalzamento del livello relativo del mare di 53,3 cm. entro la fine di questo secolo a causa dell'"effetto serra".
In questo scenario, la frequenza delle acque alte superiori ai 100 cm aumenterebbe in modo consistente: si stima che potrebbero variare da 443 a circa 575 l'anno, con una frequenza di più di una volta al giorno.
Se si realizzassero queste previsioni, nella migliore delle ipotesi il Mo.S.E. potrebbe restare in funzione per giorni e la laguna perderebbe il necessario ricambio d'acqua; nel caso peggiore il sistema di paratoie stesso diventerebbe rapidamente insufficiente a contrastare la più elevata marea.
B) Per preservarle il più a lungo possibile dalla corrosione, le paratoie dovranno essere trattate con una protezione elettrolitica con anodi di zinco: questo materiale è tossico per la fauna e per l'uomo (lo zinco si accumula nel ciclo alimentare) ed è stato proibito da recenti normative europee. E' stato calcolato che il sistema arriverebbe a rilasciare circa 12 tonnellate l'anno di zinco,pari al 50% di quanto è sopportabile dal bacino lagunare.
C) Le paratoie sono distanziate di 15 cm l'una dall'altra, per consentirne l'oscillazione.Anche gli esperti internazionali hanno dovuto ammettere la possibilità che le paratoie sollevate e
fortemente sollecitate dalle onde, possano entrare in "risonanza fuori fase", ovvero siano talmente spinte dalla marea da causare il collasso del sistema, con probabile distacco di uno o più portelloni vaganti nella laguna e inevitabile prodursi di quello che è già stato soprannominato "effetto Vajont".
D) La Legge Speciale per Venezia prevede che tutti gli interventi alle bocche di porto siano sperimentabili, graduali e reversibili. Il sistema Mo.S.E. non risponde certamente al requisito della reversibilità, considerando che dovrebbero essere rimossi circa 800.000 metri cubi di cemento, molti dei quali a profondità considerevoli.


LE SOLUZIONI ALTERNATIVE AL MO.S.E. ESISTONO.
BISOGNA VOLERLE!


Diverse soluzioni possibili sono già state avanzate più volte,recepite in studi e prescrizioni ministeriali, e oggi possono contare su conoscenze e progettualità in continuo avanzamento. Qualsiasi discorso sulla salvaguardia di Venezia riconosce ormai che la rottura degli equilibri lagunari è stata in larga misura causata dagli interventi di adeguamento di questo delicato bacino alle esigenze dei traffici marittimi moderni.
Le opere di costruzione dei moli foranei, l'aumento delle profondità alle bocche di porto di Lido, Malamocco e Chioggia, il sistematico scavo dei canali portuali sono le cause principali dell'aumento delle ampiezze di marea e della loro frequenza, provocando una vasta erosione dei bassifondi lagunari, che ha trasformato la laguna centrale in un vero e proprio braccio di mare.
Da qui è necessario ripartire, anzitutto separando le esigenze della navigazione da quelle della salvaguardia, e garantendo comunque l'attività e lo sviluppo del porto di Venezia.

In particolare va liberata la bocca di porto di Lido da qualsiasi funzione portuale, spostando le navi traghetto a Marghera attraverso la bocca di porto di Malamocco (spostamento già previsto dall'Autorità portuale) e vietando l'attraversamento del bacino di S. Marco alle grandi navi da crociera, che causano un forte moto ondoso e possono costituire un grave rischio per la navigazione lagunare.
E' inoltre ormai indifferibile estromettere dalla laguna il traffico petrolifero in entrata dalla bocca di porto di Malamocco come prevede la legge 139/1992 (esiste anche un progetto già presentato dal Magistrato alle Acque), prendendo atto della riconversione di Porto Marghera e dell'abbandono in prospettiva del polo chimico.
Alle bocche di porto, liberate da questi vincoli portuali, è possibile intervenire con opere finalizzate a ottenere effettive e significative riduzioni delle maree attraverso restringimenti dei varchi, innalzamento dei fondali, ostacoli trasversali fissi e rimovibili, e realizzando strutture a mare in grado di intercettare il vento di scirocco (concausa meteorologica delle acque alte) senza peraltro penalizzare il ricambio idraulico:
-alla Bocca di Lido: una drastica riduzione della sezione, le cui dimensioni sono finalizzate al solo ricambio idrico, con lo spostamento del terminal grandi navi, prolungamento delle dighe foranee, innalzamento del fondale a 7 metri, sbarramenti removibili e mobili;
-alla Bocca di Malamocco: interventi tesi ad assicurare un aumento delle capacità dissipative del canale di bocca, una riduzione dei volumi scambiati durante il periodo invernale mediante l'introduzione di barche porta e l'innalzamento del fondale almeno a 12 m (attualmente il fondale tocca 57 m: il punto più profondo dell'intero Adriatico!) per consentire il passaggio delle navi porta containers di terza generazione;
-alla Bocca di Chioggia: un complesso di interventi per aumentare le capacità dissipative, per ridurre i volumi scambiati durante il periodo invernale e per assicurare una quota di 8 metri di fondale per il transito delle navi verso il porto.
Altre opere di riequilibrio del complesso rapporto terra/acqua salmastra/-mare erano state suggerite dalla Commissione VIA(valutazione di impatto ambientale): sono frutto dell'attenta rilettura dei metodi attuati per secoli dalla Serenissima oltre ad essere ampiamente condivise da chi vive e pratica la Laguna e l'ambiente naturale unico che essa costituisce:
-Riapertura delle valli da pesca alle maree, senza pregiudizio per le attività di piscicoltura esistenti,
-Manutenzione della rete di canali minori, per favorire la capacità dissipative delle maree su un'area più vasta
-Regolazione dei corsi d'acqua che gravitano sul bacino lagunare. L'eccezionale acqua alta del 1966 ebbe come concausa anche la contemporanea piena dei fiumi sversanti in Laguna.


Con l'insieme di questi interventi alternativi è stato dimostrato che è possibile ridurre le punte di marea di ben 27 cm.

Queste opere andrebbero ad integrare gli interventi che da alcuni anni il Comune di Venezia ha impostato e sta attuando per la difesa locale dalle maree medio-alte attraverso il rialzo delle pavimentazioni urbane delle parti più basse della città e la difesa perimetrale delle insulae.
AUMENTO DELLE CAPACITÀ DISSIPATIVE E DIFESE LOCALI SAREBBERO IN GRADO QUINDI DI RIDURRE LE ACQUE ALTE A EVENTI SPORADICI (UNO O DUE ALL'ANNO), SENZA CHIUSURE ALLE BOCCHE DI PORTO CON IL MO.S.E.: TEMPI E COSTI DI REALIZZAZIONE SAREBBERO MEN CHE DIMEZZATI.
QUESTE OPERE POSSONO ESSERE AVVIATE DA SUBITO, SONO REALIZZABILI CON TECNOLOGIE LEGGERE E REVERSIBILI, SONO SPERIMENTABILI E VERIFICABILI SUL CAMPO.




Associazioni locali: Associazione per la difesa dei murazzi, Associazione Gabriele Bortolozzo, Comitato Certosa e sant'Andrea, Medicina Democratica, Associazione Rocchetta e dintorni, Venezia Social Forum

Associazioni nazionali:Italia Nostra, LIPU, VAS, WWF
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L'Aghanistan gettato nel voto?
{ 19/06/05 23:31 }



Pubblico qui l'executive summary di un documento del 2 giugno preparato dall'International Crisis Group sulle carenze del sistema partitico afgano, carenze che rischiano di compromettere le elezioni parlamentari che si dovrebbero tenere nel paese questo autunno. Il testo completo può essere letto sul sito: http://www.crisisgroup.org/home/index.cfm?l=1&id=3493

Political Parties in Afghanistan

Asia Briefing N°39
2 June 2005
OVERVIEW
As parliamentary elections approach in September 2005, early hopes that a strong, pluralistic political party system would help stabilise Afghanistan's political transition are fading.
Karzai government policies, accompanied by an inappropriate voting system, are sidelining the parties at a time when there is increasing popular dissatisfaction with the slow progress in economic reconstruction, rising corruption and continued insecurity.
This is worrying since it was marginalisation and intolerance of political opposition that stunted the development of a pluralistic system, and was largely responsible for past violence in Afghanistan. If current laws constraining party functioning are not changed, political stability will be illusory.
In the absence of strong pluralistic and democratic institutions to mediate internal tensions, political bargaining and the competition for power will most likely continue to occur outside the institutions of government.
Because of their past shortcomings, however, many Afghans regard political parties with suspicion.
Yet, post-Taliban Afghanistan has witnessed the emergence of many small democratic parties that offer a break with this past, and the means to create a stable and democratic parliament.
And many Afghans, especially young people, now recognise parties as an essential component of the legal democratic process.
The government of President Hamid Karzai would be best served by bringing any political party, regardless of its political leanings, into the legal fold if it demonstrates a willingness to work peacefully and democratically.
In particular, it should:
- clarify Article 6 of the Political Parties Law relating to ethnic, racial and sectarian discrimination and violence;
- revise the Political Parties Law to remove unnecessary curbs on party formation and functioning and to clarify apparent contradictions with the application of sharia (religious law) regarding women's rights;
- simplify the registration process;
- ensure an even playing field in the September 2005 parliamentary elections by shifting oversight of parties from the ministry of justice to an independent election commission; and
- support healthy political development by providing government funds to parties so as to reduce the scope for private interests to buy influence, and by facilitating training to enhance the participation of women in the political system.

The government should also urgently reconsider the possibility of amending its decision to conduct the parliamentary elections under the single non-transferable vote (SNTV) system, which is likely to produce unrepresentative results in a country that lacks well-organised parties.
Major donor countries and the UN Mission in Afghanistan (UNAMA) should support the above measures and should pay special attention to the provision of security for liberal, democratic parties that are operating in an uncertain environment.

Kabul/Brussels, 2 June 2005
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